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La “legge” del merito. Il merito della “legge”.

di Stefania Fuscagni

Ho apprezzato l’impostazione di questo seminario che ci pone nella duplice prospettiva di “pensare” e di “competere” – meglio se ad armi pari- con la realtà. L’approccio assertivo e la traccia “perentoria” che ci avete inviato l’ho tradotta così: vi sfidiamo ad essere razionali e a dire qualcosa di propositivo proponendo una soluzione “non generica” e innovativa.
Il tema che ho scelto è quello del “futuro”. La proposta che faccio è quella di coniugare il futuro con la parola “merito” . Mi verrebbe da dire: in merito al futuro per un futuro dei meritevoli. Con una premessa che non riesco a tacere; una premessa che ha tre concetti di riferimento: futuro, giovani, regole.
Il primo concetto è il futuro. Futuro, così come altre parole che sono anche inserite in questo programma (penso a bene comune)- è parola usurata che nell’usura spesso perde di significato proprio. Siamo assediati da chi dice che vuole un futuro come ossessivo elemento di ragionamento e ho ancora nelle orecchie gli slogan dei ragazzi che occupavano le scuole e che urlavano “ci tagliate il futuro”. Il futuro, insomma, come categoria a sé. Non è così: avere o non avere futuro non è un elemento della politica, ma semmai è una concessione di Dio. E poi: esiste il futuro? Oppure il futuro è il presente del futuro- detta con Sant’Agostino- cioè quel presente che noi proiettiamo in un tempo che non è ancora e che quando sarà non potrà che essere presente a noi stessi. Non mi dilungo, ma l’usura della parola futuro ed il suo usarla così indistintamente mi ha quasi trattenuta dal mettere al centro del mio ragionare proprio questo termine. Allora diciamo che uso futuro non come sinonimo di diritto, né come assonante al concetto di desiderio, ma solo come pura proiezione temporale da riempire di idee concrete. Questo intendo, qui, quando dico futuro.
Il secondo concetto sono i giovani. Altra parola abusata da sempre con una sola particolarità. E cioè che le giovani generazioni di oggi sono le prime dopo moltissimi decenni che vedono gli uomini e le donne di “dopo” (cioè i giovani) stare peggio- anche economicamente- degli uomini e delle donne di “ora” (cioè i futuri anziani). Possiamo farci molto? Non credo che ciò sia alla nostra portata – di certo non alla mia e di certo chi può è bene se ne faccia carico- , ma ogni azione concreta- anche se di dettaglio come quella che propongo- ha bisogno di aver chiaro il quadro di dove va ad inserirsi.
Il terzo concetto è quello delle regole. La domanda è: è possibile imporre il merito- che è il cuore del mio ragionamento- tramite le regole? Credo di sì e penso che in questo momento ciò sia necessario. Dico questo perché la natura del “merito” permette che ciò si possa fare. Il merito, infatti, è traducibile come “capacità conclamata” e perciò stesso misurata e misurabile, anzi valutabile e comparabile. Misurare, valutare, comparare sono tutte unità che permettono di avere un approccio “scientifico” (seppure con le variabili che attengono all’uomo) superando la genericità del “sono tutti uguali” o, peggio ancora, il buonismo del “sono tutti bravi uguali”. Il merito, quindi, si può legare alla legge perché ha una sua natura “positiva”.
Il rapporto tra merito e legge è quindi posto. Il secondo aspetto è quello che attiene la relazione tra merito e giovani. Con questo binomio -giovani e merito- rischiamo di cadere in un altro “tandem” concettuale assai logorato. E’ la legge, o meglio, è la sfida di mettere “in mezzo” la legge che ci permette di uscire dalla melma del “già detto” per provare a dire una cosa nuova. Una novità- per inciso- che non dovrebbe essere tale perché la società dovrebbe premiare per le legge i più meritevoli. Ma non è più così. Non è così nelle scuole e nelle università, dove l’appiattimento di massa ha finito per “castrare” generazioni intere di studenti e docenti; non è così nel lavoro dove il combinato disposto del progredire nella carriera per anzianità e del sindacalismo conservatore ha spesso soffocato i vagiti di un gareggiare sano e rispettoso; non è così complessivamente nella società dove la staticità, il corporativismo e il blocco agli accessi hanno spesso creato dei meccanismi viziosi complicati e peggiorati dall’odiosa e diffusa pratica della raccomandazione. Vale per tutti e per tutti è una sofferenza, ma il buco nero sono i giovani. Loro devono sommare questo stato di cose alla crisi; loro devono fare i conti con una generazione adulta che potendo invecchiare di più finisce anche necessariamente per pesare di più; loro devono fare i conti con l’umiliazione di non poter essere autonomi e quindi sentirsi a carico per anni e anni; loro devono misurarsi con il tempo che appare nemico; loro devono fare i conti con il nostro più grande sbaglio: non aver capito che l’allungamento della vita combinato alla denatalità avrebbe imprigionato due generazioni che si trovano cresciute senza sentire di esser diventate grandi avvolte, per di più, da una precarietà che da fattuale è diventata esistenziale. A questo segmento di vite di ventenni-quarantenni io guardo. Ma non solo: voglio anche scegliere la prospettiva da cui guardo: le Istituzioni locali. Se volessimo essere generici – ma abbiamo promesso di non farlo!- dovremmo dire: cambiamo tutto e facciamolo subito. E anche ammesso che ciò lo si faccia, passano anni. Tanti anni, tanti quanto bastano a mandare in fumo la generazione a cui ho fatto sopra riferimento. Allora mi son detta: cambiare l’impianto è un impegno necessario, ma cominciamo con il cambiare qualcosa che si possa fare ora e i cui effetti ora si possano in parte misurare. Effetti, si badi bene, che non saranno rivoluzionari – perché “le vere rivoluzioni hanno passi di colomba” – ma che saranno una inversione di tendenza. Poi la scelta: partiamo dalle Istituzioni locali perché sono il segmento più vicino ai cittadini.
Ecco che è nata l’idea della cosiddetta “quota merito” cioè di una “riserva” del 40% su nomine e designazioni assegnata ai giovani sotto i quarant’ anni provenienti dal mondo dell’Università o delle professioni in possesso di requisiti di merito comprovati da curricula e schede di valutazione.
Certo: non si tratta di un accesso sicuro al mondo del lavoro, non si tratta di una designazione vera e propria, non si tratta di una sicurezza per la vita. Si tratta solo ed esclusivamente di un’opportunità vera e propria che porta con sé tre vantaggi oggettivi. Il primo: apre le porte delle Istituzioni alle nuove generazioni creando una dimestichezza ed una cordialità di certo utile e buone; il secondo: svecchia le designazioni e con nuove intelligenze garantisce anche migliori competenze; il terzo: libera le nomine, almeno per il 40%, dalle logiche di compensazione tra partiti che, spesso, usano le nomine per “sistemare” chi è rimasto fuori dal giro senza valorizzare le competenze e le prospettive future.
So che questa formula è solo un piccolo passo, ma è concreto, possibile, provocatorio senza essere protervo e soprattutto positivamente generativo. Ma non solo: è un passo che possiamo fare.

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