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Dalla sussidiarietà individuale alla sussidiarietà sociale

di Johnny Dotti. Mi è stato chiesto di provare a riflettere su uno dei principi cardine del sistema di protezione sociale costruito in Italia, quello della sussidiarietà. Una breve premessa. Se ripercorriamo la dottrina riguardante tale principio – sia quella Sociale della Chiesa Cattolica, sia quella delle Scienze Giuridiche e Politiche – si evidenzia che il fulcro della sussidiarietà è la persona intesa come individuo in relazione. L’espressione contenuta nel titolo di questo contributo – sussidiarietà individuale – mi sembra quindi una della evidenze della “sbandata” di questi ultimi sessant’anni: quella del fai da te, dell’individuo che immagina di sintetizzare in sé stesso tutto il bene e il male del mondo, di appoggiare su sé stesso il mondo. Questo processo antropologico è stato favorito dall’affermarsi della tecnologia che ha reso possibile la volontà di potenza dell’essere umano. L’uomo che può tutto, che deve potere tutto. A questo si deve aggiungere la costruzione della formula bisogno uguale diritto che ha portato ad una esasperata soggettivizzazione del benessere al punto da rendere praticamente impossibile definirne riferimenti standardizzati. Il tutto si è tradotto in un sistema di welfare che è divenuto una vera e propria economia di servizi che richiede una spesa sempre crescente all’amministrazione pubblica; un sistema fino ad oggi imprigionato nelle due polarità moneta e prestazioni, tra quanti soldi lo Stato ha a disposizione e quante prestazioni è in grado di erogare con questi soldi. I voucher, forse la manifestazione politica ed economica più evidente della sussidiarietà individuale, in fondo non sono altro che una forma di denaro, che lascia il singolo da solo ad acquistare la prestazione di cui ha bisogno in un dato momento della sua vita.
Oggi il welfare sta attraversando un momento di forte crisi che, se ben interpretata, è un’opportunità di crescita civile. Al di là delle retoriche sul Paese e sul made in Italy quella del welfare, della sua forma e del suo contenuto, è un possibile campo di prova concreto di una via italiana alla modernità, una verifica se abbiamo qualcosa da dire nella globalizzazione, un possibile punto di incontro tra l’Italia e gli italiani, ma anche tra l’Europa ed i suoi cittadini. Tra le istituzioni e le esperienze delle persone. Uno dei campi principali in cui si gioca oggi la partita della democrazia. Il welfare ha bisogno di una nuova stagione istituente, perché il rinnovamento di teoria e prassi in questo campo, valorizzando tutto ciò che si è acquisito ma non dandolo per scontato, può avere influenza in molti altri campi della vita civile ed economica del paese. Ripensare il welfare è contribuire al rinnovamento del bene comune e del legame sociale.
Di seguito ripercorro alcuni presupposti che ritengo fondamentali per ripensare il welfare accompagnandoli con delle proposte concrete per poter uscire dal circuito vizioso in cui siamo oggi e orientarci a ritrovare un circuito virtuoso.
La tensione universalistica. Il welfare deve mantenere costante la sua tensione universalista, cioè disponibile ed accessibile a tutti i cittadini. Come si può fare in tempi di forte individualismo? Il welfare rischia di essere un fattore di regressione e non di tutela dei più deboli, paradossalmente proprio perché ha perso l’orizzonte universalista. Per affrontare i tempi nuovi, è necessario un modo nuovo per rendere fattibile l’universalismo che stava alla base della positiva intuizione del welfare state. Per avverare l’affermazione è necessario porsi il problema di cosa sia oggi “Il bene comune”, forse prima ancora dare una dignità culturale, sociale, economica a questa espressione. È la visione universalistica del welfare state il valore che va preservato, chiedendo allo Stato di promuoverla e verificarla, non certo di amministrarla e gestirla. Due azioni di fondo possono costituire una architettura di un’azione politica che ci traghetti in una nuova dimensione del welfare e che sia in grado di mobilitare nuove energie morali e materiali: destatalizzare socializzando e innovare responsabilizzando. Italia ed Europa di fronte alla crisi hanno in realtà una grande opportunità di rilancio se capiranno come destatalizzare il welfare ed in generale i beni comuni. Uscire dallo statalismo (da entrambe le due tensioni stataliste: quella contro e quella pro), aggregandolo dal punto di vista opposto a quello che ci è stato proposto, ossia non privatizzando, ma socializzandolo. Non facendoci prendere dalle logiche di potenza e del profitto, ma intercettando, generando e spostando risorse a favore di soggetti sociali. In questo campo gli spazi di costruzione e sperimentazione sono enormi. Un esempio molto concreto: introdurre un servizio civile obbligatorio. Un tempo di servizio agli altri coincidente con la maggiore età, che può avere molteplici significati ma innanzi tutto vuol dire ricostruire un rito comunitario che segni l’entrata nel mondo adulto per i giovani. I contenuti ed i processi adeguati a gestirlo , sei mesi in Italia e sei mesi all’estero, sono una responsabilità del terzo settore che deve reinventarsi anche forme per sostenerlo e finanziarlo. Nessun trasferimento statale.
Il valore della persona. Non è possibile recuperare il tema del bene comune in una società fortemente individualista, se non si recupera il valore della persona, intesa come nodo di relazioni. La persona non è l’individuo, l’individuo (io) è un sesto della persona che è l’intreccio di sei pronomi. Intendiamo con persona il nodo reale in una rete di relazioni. Il nodo sarebbe l’individuo, ma il nodo senza i fili che lo costituiscono cesserebbe di esistere, di essere nodo. Non c’è un solo nodo, così come non può esistere una sola persona. La libertà nella cultura personalista è sempre connessa alla creazione di legami che hanno un significato. Non è semplicemente la libertà di scegliere. È anche una liberazione da uno stato dall’essere, anche attraverso dei legami, interiori ed esteriori. In altri termini la libertà è la scelta dei legami che liberano. Qualcosa di molto diverso dalla sola scelta come arbitrio o come opzione da mettere in pratica ad esempio in un’esperienza di consumo. Le relazioni non sono solo scambio individuale fra domanda e offerta. Sono relazioni di senso, rigenerabili soprattutto attraverso il capitale sociale. Va specificato che il benessere della persona, la sua felicità, è quindi solo per un sesto un problema individuale. Si tratta di una scissione antropologica, la quale separa appunto l’individuo dalla collettività ed è alla base anche di ulteriori scissioni. L’uomo reale però non è astraibile dalle proprie relazioni: è persona e non individuo. Questa premessa deve essere tenuta presente dato che il cambiamento massiccio del welfare avverrà sul versante della domanda. C’è ampio spazio per nuove forme di aggregazione della domanda, che riformulino anche il rapporto tra domanda ed offerta. Forme che sarebbero più efficaci ed efficienti sul lungo periodo perché generatrici di capitale sociale. È necessario concentrarsi quindi sulle questioni riconducibili alla cosiddetta aggregazione della domanda. Altrimenti continueremo a scaricare su un’idea completamente distorta di Stato, cioè di Stato paternalista, tutte le frustrazioni dei nostri bisogni individuali. Con bisogni che si allargano all’infinito virtualmente servirebbe uno Stato infinito. Anche qui provo a suggerire un lavoro concreto. In Italia si può positivamente metter mano ai fondi sanitari che sono ora in una fase intermedia, nel senso che non si sono completamente dispiegati (ad oggi sono circa 150 quelli presenti in Italia) e sopravvivono a fianco di vecchi fondi come le società di mutuo soccorso. Questo processo partito nel 1992 sta avendo una fortissima accelerazione e di fatto ha messo in moto una serie di meccanismi da parte delle aziende che lentamente si sono ri-orientate su questo tema. Si tratta di assumere la sfida della declinazione dell’universalismo nel mondo dei fondi sanitari (che invece affonda le radice in un pensiero che è fondamentalmente quello individuale-assicurativo). Le questioni importanti che tale situazione ci pone sono: la possibilità che i fondi abbiano un modello di trasferimento non solo per il finanziamento ma anche per servizi e la loro declinazione e differenziazione territoriale. Attualmente il meccanismo che si è costruito si sposta prevalentemente sulle persone lavoratrici o in quiescenza; questo fa si che per la prima volta vengano escluse dall’accesso ai servizi universalistici, o da servizi sanitari e assistenziali con caratteristiche universalistiche, fasce crescenti della popolazione. L’arrivo dei fondi così come sono modifica quindi il modello perché inserisce una forte verticalità esclusiva. La centralità non è più legata alla cittadinanza ma alla condizione professionale. Questa situazione apre per inciso una condizione drammatica al sud, dove si coniugano in un mix potenzialmente esplosivo il taglio delle risorse pubbliche e il livello altro di disoccupazione, che esclude o comunque riduce di molto l’accesso ad interventi e servizi. L’elemento assicurativo finanziario deve essere messo a servizio di un meccanismo in cui la governance non sia tanto nei numeri quanto nella progettualità di servizio alla vita delle persone: dunque un meccanismo a matrice soggettiva ma che alimenta il legame sociale. È essenziale attivare meccanismi collegati con la realtà, con la vita e il bene delle persone e questo in Italia lo si realizza soltanto con una cosa che si chiama territorio: significa costruire incontri e assemblee su quello spazio di vita dove la gente, non solo va a discutere il menù che ha a disposizione, ma affronta, socializzandoli, i bisogni reali, ridimensionando magari quella follia in atto che va verso una mostruosa, insostenibile moltiplicazione dei bisogni, posti senza alcuna gerachia. Desideriamo metterci su una via che non può che essere comunitaria, in cui anche i bisogni si confrontano con il principio di realtà: come dire, questo uno non lo può fare da solo ma lo fa perché l’altro gli ricorda che anche lui ha un bisogno e che forse insieme si può risolvere in un altro modo i bisogni stessi, reali o virtuali che siano. È il modo che definiamo legame sociale. C’è una straordinaria morfologia territoriale da non sprecare. Si tratta a mio avviso di reinventare il mutualismo a distanza di cento anni dalla sua “scoperta”: il progetto è questo.
Non c’è libertà senza responsabilità. Non può esistere oggi un welfare erogato. Il welfare va continuamente rigenerato. Personalizzato. Sui fonda tendenzialmente sulla capacità di auto organizzazione, figlia della libertà ma generatrice di responsabilità. Come si genera capitale sociale oggi? Come stimolare e accompagnare la nascita di nuove combinazioni sociali che includono le persone, in un tempo in cui tutto si frantuma? Come non disgiungere libertà e desiderio da responsabilità e bisogni di capacità? Una possibile chiave di lettura e di proposta risiede nel rigenerare relazioni, costruire legami, tessere reti, rinnovare significati. Sostenendo il processo di costruzione di nuove istituzioni di comunità, che non possono essere la fotocopia di quelle passate, e che ricordiamolo nascono prima come esperienze e solo in un secondo momento diventano istituzioni.
Serve una reale autonomia economica del terzo settore agganciata ad una robusta responsabilità civile. In tal senso se da una parte dovremmo assistere ad un impegno di modico uso da parte del terzo settore dei soldi dell’amministrazione pubblica, dall’altro si devono liberare energie finanziarie oggi compresse nella fiscalità generale. Da una parte bisogna disintossicare il terzo settore e dall’altra permettergli di crescere davvero, ripensando e riqualificando anche il suo rapporto con lo Stato. Se non si vogliono avere degli adulti dipendenti è buona cosa investire su un’educazione che ci introduca ad un sano rapporto con la realtà. Il lavoro va reinserito nel processo educativo. Fare le prime esperienze di lavoro a 24, 25, 30 anni, come succede oggi è una follia. È una follia educativa perché il principio di realtà non si può generare solo all’interno delle aule scolastiche. Si fonda sul rapporto concreto e complesso con il mondo che costringe a fare i conti con i limiti ed i talenti personali. Come ci siamo impegnati in una gigantesca opera di alfabetizzazione scolastica, dovremmo oggi impegnarci in un’opera di “alfabetizzazione lavorativa”. Senza principio di realtà non esiste solidarietà, esiste solo il principio del piacere. Esistono emotività fragili e la moltiplicazione di bisogni infiniti.
Tutti abbiamo bisogno degli altri. Il welfare non è un tema da specialisti per una fascia specifica di bisognosi, rigidamente precostituita. Tutti prima o poi hanno bisogno degli altri. Anche per questo il welfare è un problema di tutti, una questione di interesse generale. È paradossale ma facilmente sperimentabile il fatto che mentre si allarga la forbice dei redditi si restringe e si fa sempre più urgente il bisogno per ciascuno di poter contare sugli altri. I soldi quindi non bastano. La percezione e l’esperienza della povertà è radicalmente cambiata, così come la percezione e l’esperienza della precarietà esistenziale. Il problema è riconoscere la dimensione pubblica della felicità. Cioè se si ha intenzione di pensare a sé stessi pensando anche agli altri, consapevoli che pensare agli altri non è un’attività filantropica donativa sui generis ma ha a che fare con l’intelligenza e con il nostro inter-esse.
Il valore del pubblico. Il welfare, se è un problema di tutti, va declinato con la parola pubblico, che però non va più confusa ed identificata esclusivamente con le parole statale/amministrazione pubblica. La dimensione pubblica è la componente plurale dell’essere persona, propria dell’uomo. Ciò che è statale non esaurisce il tema dell’essere pubblico, c’è bisogno di nuova soggettività pubblica e di qualcuno che incarni questa soggettività. In termini italiani, abbiamo bisogno di nuove istituzioni di comunità. Chi fa oggi il parroco, il sindaco, il farmacista, il medico, il carabiniere? Erano queste le istituzioni di comunità. oggi stentano o non ci sono più. La funzione iper-specialistica ha schiacciato il loro significato. Chi sono oggi le istituzioni di comunità che mediano i problemi? Dove sono? È questa una delle questioni urgenti da affrontare. L’effetto che si sta realizzando è l’allargamento a dismisura del debito pubblico. Non certo quello di generare più partecipazione delle persone comuni alla costruzione della loro sorte collettiva. Mentre viviamo in una res-pubblica. Lo Stato può e deve avere un ruolo da protagonista nel promuovere e regolare questo welfare, ma lo stato sta alla dimensione pubblica come l’apparato scheletrico sta al corpo. C’è bisogno anche di una buona burocrazia, di elementi di rigidità e di durevolezza che funzionino. Si tratta però di ritrovare la capacità di mettere in movimento e di investire su ciò che funziona ed ha contemporaneamente un senso. Va premiata ogni forma di cooperazione e intrapresa personale con chiare finalità e pratiche pubbliche

di Johnny Dotti

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