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Anche noi elettori siamo responsabili del declino del Paese

Quando si scrive che sia la maggioranza, sia l’opposizione non sono all’altezza dei problemi e non soddisfano le aspettive della parte più consapevole e responsabile dell’elettorato, si porta necessariamente il discorso sul fallimento, se non di un regime, certamente di un sistema politico. Non è un caso che si utilizzino, come esempi illustrativi, eventi accaduti in occasione del crollo del fascismo nel 1943-45.

Lo ha già fatto implicitamente Napolitano, quest’estate, esortando gli italiani a risollevarsi “come nel dopoguerra”. Lo ribadisce adesso l’intervento di Nicola Graziani su queste pagine, che rievoca la vicenda della temporanea collocazione “badogliana” di Gedda, che si svolge poche settimane dopo il 25 luglio 1943.

Il richiamo alla crisi del fascismo è suggestivo, ed indica correttamente come insufficienti i recenti tentativi “badogliani” di superare il berlusconismo licenziando il solo Berlusconi e non anche chi lo ha aiutato nell’impresa.

Nella storia, non è mai successo che i gruppi dirigenti responsabili di un fallimento abbiano saputo risolvere i problemi da loro stessi creati.

La crisi del fascismo non poteva essere superata affidando il paese ai gerarchi “pentiti” come Ciano, Bottai, Grandi, Dini.

Ferma restando l’importanza cruciale della sua azione politica, anche Gorbaciov non è riuscito nel suo tentativo di promuovere la fuoriuscita dal comunismo con i funzionari del PCUS al potere.

Anche se in Italia non è in crisi un regime – nel senso dell’uso corrente del termine – ma un sistema politico, gli effetti sulla vita dei cittadini sono così profondi e demoralizzanti da poter legittimamente avanzare la stessa critica nei confronti delle recenti soluzioni “badogliane”, cioè dei tentativi di uscire dal berlusconismo facendo governare il paese dai berlusconiani e dai loro alleati di ieri (su quelli dell’altro ieri sarebbe bene arrivare ad un chiarimento in tempi rapidi).

Mutatis mutandis, un discorso analogo va fatto a proposito della crisi del “riformismo senz’anima” di cui si sono nutrite le opposizioni. Un riformismo che ha troppe volte messo da parte l’equità e lo sviluppo civile, succube di un liberismo mal compreso.

Lo slogan del Manifesto riformista di Blair-Schroeder, “più mercato = più benessere”, si è dimostrato falso nel corso della crisi dei mercati finanziari del 2008, prodotta appunto da un eccesso di libertà per gli speculatori.

Le stesse difficoltà presenti di Obama ad adottare i saggi consigli del Financial Stability Forum, presieduto da Draghi, si spiegano solo con la paura, tipica della presente generazione di politici riformisti, di spezzare i vincoli all’intervento pubblico posti dai dogmi liberisti, restituendo libertà all’azione politica democratica.

Se il riferimento alla fine del fascismo può sembrare offensivo, si può usare allora più delicatezza citando Tomasi di Lampedusa per affermare che non si uscirà dalla crisi con comportamenti alla Gattopardo, denunciando come inutili e dannosi i tentativi di “cambiare tutto perché nulla cambi” così diffusi fra i funzionari della maggioranza e dell’opposizione preoccupati per la poltrona e per le prebende clientelari.

Al condivisibile ragionamento di Graziani, che riguarda in particolare i cattolici, vorrei aggiungere una ulteriore considerazione che a me sembra importante.
Non vorrei si finisse per pensare che i soli cattolici abbiano un problema etico/politico nel contesto della crisi del sistema democratico in Italia.

In realtà, il problema dei cattolici dentro una crisi di questa portata, secondo me, non è diverso da quello di tutti gli altri cittadini. Non voglio eludere il punto che riguarda il comportamento politico dei cattolici in particolare, ma solo ricordare che il problema li investe innanzitutto e soprattutto come cittadini e che è percepito in modi analoghi anche da persone con sensibilità diversissime da quella dei credenti.

Tenendo ferma e chiara questa premessa è possibile evitare ogni forma di particolarismo cattolico. Si tratta di un rischio reale, poiché nel contesto attuale di crisi dei modelli neoliberista e riformista “blairiano” i cattolici possono subire la tentazione dell’autosufficienza, che li porterebbe a proporre una qualche variante della dottrina della Chiesa come via d’uscita dalla crisi, rinunciando alla ricchezza di idee che può scaturire dal dialogo con altre sensibilità e culture democratiche.

E’ quindi utile premettere ad ogni discorso sulle soluzioni che i cattolici vivono dentro la crisi in quanto cittadini e che tutti i cittadini ne sono coinvolti. La soluzione proposta dai cattolici dovrà pertanto necessariamente configurarsi come una proposta aperta, di ampio respiro, inclusiva delle preoccupazioni e delle attese di tutti gli italiani, credenti e non.

A questo proposito, nonostante tutti i ragionevoli dubbi su eventuali “rifondazioni democristiane”, va detto che il profilo della proposta che i cattolici sono chiamati ad elaborare e ad avanzare dovrà auspicabilmente essere, date le condizioni del paese, altrettanto alto di quello che caratterizzò l’era degasperiana.

I richiami a non riesumare la DC non possono e non debbono valere a limitare la creatività e la profondità dell’impegno dei politici cattolici. Purtroppo questo è quanto è accaduto nella Seconda Repubblica, soprattutto ai cattolici inseriti in modo più organico in uno dei due schieramenti.

E vengono i brividi a pensare che l’eredità di Sturzo e di De Gasperi sia stata rivendicata da chi offende la sensibilità dei credenti raccontando barzellette irriverenti e promuovendo aggressivamente una politica e uno stile di vita lontanissimi dalla loro sensibilità.

Da un lato è opportuno non puntare ad un partito confessionale, che rischia non tanto di riprodurre la DC (che collaterale lo è stata in modo particolarissimo) ma di finire per essere un’imitazione dei partiti islamici integralisti del Medio Oriente.

Dall’altro lato è arrivato il momento di dire con chiarezza che deve finire l’era dei cattolici subalterni, mimetizzati e irriconoscibili all’interno delle coalizioni di centrosinistra o di centrodestra, mescolati con forze anticlericali (per es. Bonino da una parte e Capezzone dall’altra) o posti sullo stesso piano delle amiche e degli amici della tavernetta di Arcore.

Tornando alla crisi del sistema, credo sia opportuna dare innanzitutto una buona descrizione dei suoi effetti sulla democrazia.
Dopo venti anni di bipolarismo siamo a questo punto: un elettorato composto in maggioranza da persone oneste e responsabili vota spesso per dei pessimi politici. E il peggio è che sono ormai rassegnate a questo stato di cose.
Se glielo dici ti rispondono che no, che loro votano per politici rispettabili. Al massimo, ammettono di aver votato per il meno peggio. I mascalzoni sono sempre quelli votati dagli altri.

Purtroppo non è così: di mascalzoni ce ne sono anche nella “nostra” coalizione. Noi ci illudiamo di risolvere il problema votando per un partito alleato onesto all’interno della coalizione, o per candidati migliori, ma sappiamo bene che questo non basta: i mascalzoni arriveranno lo stesso al potere e faranno danni. Con buona pace degli onesti che abbiamo votato.

Gli elettori del centrodestra e del centrosinistra sono uguali in questo: sono rassegnati a chiudere gli occhi su questo problema, a negarlo o a rimuoverlo. E’ questa la crisi italiana: l’elettorato non ha la possibilità di selezionare i dirigenti, di criticarli e mandarli a casa se sbagliano. Ed è un fatto gravissimo, perché le democrazie sono tali solo se si possono cacciare i dirigenti col voto, senza spargere sangue.

Nel bipolarismo all’italiana gli elettori hanno la possibilità di cacciare con il voto soltanto i politici invotabili dell’altra coalizione, non anche quelli della propria. Le elezioni comunali di Napoli, con la vittoria di De Magistris, sono l’unica eccezione alla regola. Nelle altre elezioni della Seconda Repubblica, chi volesse cacciare i mascalzoni di tutte e due le coalizioni non ha altra scelta che l’astensione o la dispersione del voto su liste che non hanno nessuna speranza di vincere (es. Grillo).

Così, l’elettore italiano non vota nel senso vero della parola: è più giusto dire che firma assegni in bianco. Salvo poi lamentarsi inutilmente, dopo le elezioni, del fatto che i beneficiari dell’assegno gli svuotano il conto corrente.

Fra un’elezione e l’altra, l’elettore non conta più nulla: grazie al controllo dei media da parte delle due coalizioni, la pubblica opinione diventa irrilevante.

Poiché il dibattito è orientato dai propagandisti che occupano i giornali e le televisioni, nemmeno le primarie riescono a svolgere una funzione di pre-selezione dei candidati migliori. Alle primarie votano gli elettori più convinti: la maggioranza può facilmente essere conquistata con i voti di persone che hanno azzerato le loro capacità critiche ascoltando dosi massicce di propaganda.

La propaganda delle due coalizioni infatti converge su un obiettivo preciso: far cadere l’elettore in uno stato di passiva rassegnazione politica e di ignavia morale. L’elettore, imbottito di propaganda faziosa, non si rende più conto delle sue responsabilità. E’ una gran brava persona, ma grazie alla propaganda non capisce che finché vota dei cattivi politici il fatto di essere “per bene” non lo assolve.

Rendiamoci finalmente conto di una cosa: anche noi elettori siamo responsabili del declino dell’Italia, se non facciamo qualcosa per impedire alla “nostra” coalizione di mandare al governo dei mascalzoni, pronti a governare senza rispetto per i voti che gli abbiamo dato.

Ho detto “noi elettori”, cattolici e non cattolici.

Per quanto riguarda in particolare gli elettori cattolici, c’è da augurarsi che la montagna di discussioni e iniziative di questi ultimi mesi non partorisca il fatidico topolino.

Come minimo, c’è bisogno di un invito a non votare per i partiti e le coalizioni che schierano candidati impresentabili e programmi offensivi per i cattolici. Finora si è sempre parlato di non votare per i singoli candidati “impresentabili”: non è bastato. Per avere risultati efficaci, bisogna ormai minacciare il non voto per i partiti e le coalizioni che mettono in lista gli impresentabili. Vale a dire: non solo i disonesti ma anche i sostenitori e realizzatori del disastro economico e sociale che abbiamo davanti agli occhi.

Da questo piccolo passaggio, se ha successo, possono poi derivare due classi di soluzioni: (I) i partiti e le coalizioni attuali decidono di prendere sul serio gli elettori, almeno quelli cattolici; oppure: (II) entrano in campo nuove forze politiche che si impegnano a rispettare il nostro voto di cittadini, in primis, e di credenti, in secundis.

Come cattolici, potremmo a quel punto chiederci (ed è un secondo problema, in ordine temporale e logico) se sia meglio marciare uniti sotto una sola bandiera e quale, oppure se votare in ordine sparso.

Ma dobbiamo premettere il rifiuto di votare con l’anello al naso, cioè per politici cattolici che non possono imporre il rispetto degli elettori perché convivono nel loro partito o nella loro coalizione con altri candidati portatori di valori opposti ai nostri (perfino anticlericali, in alcuni casi) e con candidati impresentabili.

La mia sembrerà una proposta integralista, ma in realtà è solo la condizione indispensabile per poter anche soltanto parlare di impegno dei cattolici in politica e nelle istituzioni. E non sto affatto chiedendo di votare per un partito cattolico, ma di non votare per partiti e coalizioni che ci disprezzano a parole e/o nei fatti.

Di politica, se non si sa ottenere il rispetto per i propri valori e le proprie idee, è meglio non occuparsi.

di Marco Di Marco

2 Responses to Anche noi elettori siamo responsabili del declino del Paese

  1. Gian Paolo Blemur

    18 dicembre 2011 at 13:54

    Condivido in pieno il tuo pensiero.
    Questo è un paese dove, nonostante siano passati circa sei secoli dal suo sviluppo, viviamo ancora nell’età dei Comuni. Questo è un paese dove, nonostante le continue manifestazioni di buoni propositi per un risanamento morale e strutturale della classe politica ed istituzionale, continuano ad essere presenti ed attivi personaggi che sono la sintesi di interessi di pochi o espressione degli interessi dei cosiddetti gruppi di potere.Incredibile ma vero, tutto questo è il risultato di quella democratica azione che è il voto. Voto che nella maggioranza dei casi non si traduce nell’individuazione del miglior candidato o partito ma esclusivamente nel meno peggio, nel male minore. Si vota con una mano al naso per non sentire il puzzo della disillusione. Voto che è espressione di “io speriamo che me la cavo” a prescindere.
    Questa non è democrazia. Questo non è il potere del popolo. Perché questo popolo non ha il potere di mandare a casa gli impresentabili o gli incapaci. Votiamo per ua classe politica esperta nell’affabulazione ed il meretricio. E noi siamo loro complici, spesso inconsapevoli, ma pur sempre complici.
    Per risolvere questa situazione avremmo solo due alternative: una rivoluzione violenta o una rivoluzione pacifica. Non sopportando l’idea, neanche un po’, di vivere un cataclisma come una guerra civile, ci resta solo la possibilità di esprimere il nostro dissenso nel modo più democratico possibile: non votare.
    Non votare fino al momento in cui, non fosse esplicitamente chiaro che i candidati devono persone rispettose delle leggi ed istituzioni di questo bel paese. Non votare fino al momento in cui, non fosse evidente a tutti che non ci si può prendere gioco degli elettori e che il bene primario è quello generale e non quello del “campanile”. Non votare anche a costo di rischiare l’anarchia. Non votare fino al momento in cui non fosse chiaro che fare politica non è una professione ma una passione. Non votare.

  2. gioverga

    15 giugno 2012 at 10:45

    @Gian Paolo Blemur
    La penso anche io così.

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