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Allarme legalità, una sfida educativa

C’è stato un periodo della recente storia del nostro Paese, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, l’epoca di Tangentopoli, che sembrava avere segnato un discrimine tra un prima e un dopo, per l’eliminazione dalla scena politica di alcuni tra i più rappresentativi partiti (e dei loro maggiori esponenti) che ne avevano fortemente caratterizzato l’evoluzione e la conduzione: al punto da far archiviare l’accaduto, nella sensibilità comune, come fine della “prima repubblica”. Pareva che l’Italia si fosse stretta, all’insegna del motto “Resistere, resistere, resistere”, intorno ai magistrati della Procura di Milano (e di tante altre città), da cui sembrava poter nascere un movimento di rigenerazione morale della cittadinanza, davvero orientata ad una tensione nuova nell’avere finalmente tutti e a pretendere da tutti, a cominciare da chi investito delle maggiori responsabilità istituzionali, “Mani pulite”.
Sappiamo che purtroppo così non è stato e che anzi si è aperta una stagione in cui il livello della rappresentanza politica, della moralità nelle istituzioni e in tutta la società civile, a più stretto contatto con i centri di potere (sempre meno visibili e trasparenti), si è ulteriormente deteriorato, nella mortificazione dei più basilari valori della convivenza civile e della stessa decenza umana, in spregio sfrontato di ogni senso di residuo pudore. E così ogni rilevante assegnazione di appalti pubblici (dal Mose di Venezia, all’Expo 2015 di Milano, ai grandi lavori in Libia e in Algeria che in questi giorni hanno lambito anche un ministro della Repubblica) diviene fonte di spregiudicato e indegno affarismo, alimentato da una vorace corruttela, che non ha risparmiato neppure il mondo di certa cooperazione sociale: come sta rivelando la meritoria indagine di “Mafia capitale”, che ha scoperchiato l’immondo mercato dei fondi destinati al finanziamento di centri per Rom e migranti, ossia per i più emarginati tra i tanti della nostra società.
Ognuno comprende bene come il deficit di legalità sia oggi in Italia problema più grave della crisi economica, della mancanza di lavoro soprattutto per i giovani e dell’impoverimento delle famiglie, perché erode la reciproca fiducia tra cittadini e istituzioni e tra le stesse persone: in un clima di reciproca diffidenza, in una situazione per molti già tanto difficile, che rischia di esplodere in un’incontrollabile rivolta di tutti contro tutti o, al minimo, di isolare e disorientare, generando rassegnazione e spegnendo la speranza nel futuro, per l’eliminazione di ogni prospettiva di un orizzonte comune, per cui valga la pena di impegnarsi insieme.
Ma allora che risposta è possibile offrire a questo scempio del bene comune, sola meta perseguibile di un convivere civile che un Paese della nostra tradizione ed ognuno di noi merita?
Certamente è venuto il momento di dismettere un atteggiamento di denuncia che si esaurisca nello sterile “puntare il dito” sempre e soltanto contro qualcun altro, in condizioni di maggiore visibilità e potere, direttamente detenuto o più agevolmente accessibile: a cominciare da quella fin troppo facile degli organi di “informazione”. La denuncia sicuramente serve, ma quando sia credibile: per questo occorre che parta da un’onesta assunzione delle proprie responsabilità e dalla rigorosa verifica del personale rapporto con il potere, piccolo o grande, che ognuno di noi coltivi, per la posizione professionale o sociale rivestita o per le conoscenze utilizzate, nell’esperienza quotidiana delle relazioni, dell’assoluzione degli impegni e dell’affrontare ciò che ci capita.
Credo che dobbiamo renderci conto di vivere in una società malata, cui ciascuno concorre ogni volta che venga meno alle responsabilità e ai compiti propri, trascurandoli o non adempiendoli con onestà.
Ora, la radice di questo profondo malessere, che mina la saldezza del patto sociale alla base di ogni convivenza civile, sta nella mancanza di una cultura della legalità, equivocata nella sua genuina accezione, siccome intesa come miope e contraddittoria rincorsa alla regolamentazione di ogni ambito della vita pubblica e privata, senza un progetto ispirato a valori condivisi.
Ma la moltiplicazione di leggi e regole, poi non applicate né osservate, denuncia piuttosto la sconfitta della legalità, risolvendosi in tentativi improvvisati di riforme e frutto di troppe mediazioni, che ne compromettono la razionalità e l’inserimento organico nell’ordinamento, sempre meno capace di canalizzare scelte politiche, economiche, sociali ed anche personali in un sistema di orientamento comune.
La legalità autenticamente intesa si declina invece come riconquista di spazi di pari opportunità, di trasparenza e di giustizia sociale, fertile humus per lo sviluppo di un’esistenza umanamente dignitosa, nello spirito della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’Onu, della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, per la crescita feconda di un senso di comune appartenenza.
E la cultura della legalità si promuove con l’educazione ad una cittadinanza consapevole e matura nell’interiorizzazione di regole condivise, da osservare così come da applicare: per l’istituzione virtuosa di un’etica di responsabilità sobria, di professionalità competente, di apertura solidale e di inclusione sociale.
Per essere autentica, essa si deve rendere visibile in azioni di giustizia: iniziative concrete di solidarietà, che mostrino l’effettiva promozione dei diritti di cittadinanza attraverso realizzazioni, anche piccole ma significative, di attenzione a tutti gli esclusi (e sono tanti) e possibilmente con percorsi di accompagnamento, perché nessuno rimanga solo. Si tratta allora di valorizzare e di sostenere l’attività meritoria di quanti – nella vivace ricchezza del mondo associativo alimentato dall’enorme capitale umano del volontariato (patrimonio peculiare del nostro Paese, per la diffusione di una mentalità aperta all’accoglienza e all’inclusione sociale, nel rispetto delle identità e delle regole) – si adoperano in quelle “formazioni sociali “ in cui pienamente si esplica la personalità dell’uomo (art. 2 Cost.), cercando di tessere reti di collaborazione non competitiva, nell’apertura a nuovi spazi di progettualità disinteressata.
In questa prospettiva e nell’ineludibile ripensamento del sistema di welfare, compatibile con l’attuale crisi economica, occorre infatti garantire quei livelli essenziali di assistenza sociale (LIVEAS), che costituiscono pre-condizioni per l’effettività dei diritti dei soggetti più deboli, per la riaffermazione, nell’ascolto dei bisogni, del valore di ogni persona, che è nodo di relazioni.
Cultura della legalità significa allora suscitare una mentalità nuova, che non attenda solo risposte da altri, ma che induca ciascuno, per ciò che può e che sa, a “mettersi in gioco” per il benessere proprio e di tutti: contribuendo all’attivazione di progetti che promuovano anche occasioni di lavoro, soprattutto per chi fatica di più a trovarne o a ritrovarne, quali veicoli di restituzione di dignità umana, prima ancora che sociale ed economica, in una prospettiva di redistribuzione condivisa di risorse.
Se la legalità concretamente declinata comporta una prima condizione di inveramento “dal basso”, quotidiano e verificabile, di un’esperienza che risulti attrattiva, per il rispetto della persona e del suo benessere, ma che si offra anche risorsa economica competitiva, essa esige tuttavia anche una risposta di giustizia a livello di sistema. Ma questa non può essere intesa come “affare” dei soli giudici, né delle forze dell’ordine o delle pubbliche istituzioni, né essere attesa soltanto da una più efficiente amministrazione della giustizia, pure necessaria ed esigente la delicata soluzione di nodi critici strutturali, per carenza di risorse strumentali e di personale, di adeguata formazione professionale e di intelligente informatizzazione delle attività, in vista di un’effettiva semplificazione e razionalizzazione del lavoro giudiziario. Occorre soprattutto una lungimiranza politica, che sia ispirata ad una progettualità orientata ad un bene comune da (ri)scoprire, in sinergia con una società civile più matura, educata ad una nuova cultura e consapevole dell’indelegabile impegno di ognuno.
E allora l’investimento più importante è proprio nell’educazione: restituendo dignità sociale, risorse economiche e competenze professionali alla scuola, perché si apra al confronto delle idee, agli scambi e alle esperienze formative con le realtà esterne sociali, culturali, del lavoro e dell’impresa, delle formazioni sociali. E facendo tutti perno, studenti e insegnanti, giovani e adulti, su una rinnovata coesione politica e sociale (che i Padri costituenti radicarono in una mirabile sintesi, nella Carta costituzionale, dei diversi valori di rispetto della dignità della persona, di tutela dei diritti di libertà e di giustizia sociale: rispettivamente propri del personalismo cattolico, del pensiero liberale e del movimento socialista operaio), declinata come educazione permanente ad una cittadinanza attiva.
Perché è proprio la sfida educativa “il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo … di giovani” (H. Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano, 1991, p. 225).

di Adriano Patti

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