Social Network

Get Adobe Flash player

Un pasticcino velenoso di riforma elettorale

Ad osservare quanto sta accadendo in questi giorni sulla riforma elettorale alla Camera, e soprattutto nei corridoi dei palazzi della politica, si ha l’impressione di assistere al varo di una bagnarola, dipinta come un transatlantico tirato a lucido e con il gran pavese, destinata a ribaltarsi nel giro di breve tempo.
Le motivazioni di partenza che danno per certo un accordo fra i principali attori in campo (Pd e Forza Italia), che dovrebbe rendersi palese venerdì sotto forma di un maxi emendamento che riscriverebbe il testo base del Pd in senso totalmente proporzionale (con liste bloccate, sbarramento al 5% e senza premio di maggioranza) sono talmente divergenti e personalizzate da non lasciare spazio a grandi speranze. Tanto da continuare a suscitare forti perplessità anche al Quirinale.
Renzi vuole stringere sulla legge elettorale, da approvare alla Camera entro luglio, perchè (al di là delle dichiarazioni di ”non ho fretta”) continua coltivare l’idea di andare al voto entro ottobre per non intestarsi una legge di stabilità severa (la data del 24 settembre sarebbe infatti difficilmente praticabile per ragioni di calendario). Berlusconi vuole una legge elettorale che non lo metta in fuori gioco e sarebbe disposto solo a questa condizione (e se non sarà possibile fare diversamente) ad anticipare il voto (che invece vorrebbe rinviare in attesa di un pronunciamento della Corte di Bruxelles sulla sua candidabilità). Grillo (al netto delle dichiarazioni dei suoi adepti), non vuole alcuna legge elettorale o meglio ancora vorrebbe un accordo tra Renzi e Berlusconi, che gli consentirebbe di sparare a palle incatenate contro l’inciucio di palazzo da una comoda posizione di opposizione, ed andare al voto il prima possibile perchè ha tutto da guadagnare da un’accelerazione in tali condizioni. Mentre Salvini sarebbe disposto a fare qualunque cosa per andare di corsa alle urne a prescindere dalla legge elettorale.
In questa situazione il punto di caduta dovrebbe essere (viene dato per certo) un accordo tra Pd e Forza Italia, su un sistema proporzionale puro ma senza ”correttivi di governabilità” (come chiedono formalmente i cinquestelle) con una soglia di sbarramento al 5% e per giunta con le liste bloccate.
Una soluzione che se va bene al M5S per i motivi esposti, come va bene a Forza Italia perchè aiuterebbe il centrodestra a ricompattarsi stoppando anche tentazioni lenitive neocentriste (alla Calendula), è di dubbia utilità per il Pd in quanto farebbe tabula rasa dei cespugli di centro, suoi potenziali alleati, meglio di un decespugliatore (tanto da far tornare in mente l’immagine evocativa di Renzi del lanciafiamme) mentre aiuterebbe a catalizzare la nebulosa sinistra extra Pd che guarda a Pisapia come il Messia (prospettiva non auspicabile per Renzi). E soprattutto garantisce un esito incertissimo in termini di governabilità post voto, ”mandando in vacca””- come dice un parlamentare di lungo corso – anche la possibilità di fare una legge utile per il Paese.
I giochi comunque non sono chiusi, perchè la conta dei numeri al Senato è ancora molto incerta. E anche se il Pd può far approvare alla Camera qualunque testo entro giugno, una successiva bocciatura a Palazzo Madama a luglio renderebbe inutile se non controproducente ogni compromesso. E l’esito più probabile a quel punto, con la legge di bilancio sull’uscio, sarebbe un decreto correttivo delle due leggi elettorali esistenti un minuto prima del voto. Con il nuovo anno. In ogni caso una prospettiva tutt’altro che esaltante se non per i cinquestelle.
Francesco Gagliardi

di Francesco Gagliardi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *