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Le dottrine liberiste che ostacolano lo sviluppo

Molti cittadini nutrono ormai poche speranze nel futuro dell’Italia ed è curioso che in tanti siano preoccupati per l’immigrazione, che è uno dei problemi, ma non certamente il più grave. Soprattutto, l’immigrazione è una conseguenza, non una causa del declino economico e sociale del paese. La cosa peggiore che è accaduta negli ultimi anni, segnale di sfiducia strutturale nel futuro, è che milioni di giovani italiani hanno lasciato il paese e non vedono, ad oggi, alcun motivo per tornare.
La cosa che preoccupa di più è che sono in pochi, fra i protagonisti del dibattito politico, a chiedersi sul serio perché l’Italia è in declino da molti anni.
Alcuni movimenti di opposizione, pur non avendo ancora una spiegazione completa delle ragioni della crisi, credono di aver già trovato la soluzione: “mandare a casa chi ha governato l’Italia negli ultimi 25 anni”. Non è facile spiegare che questa è la ricetta giusta solo se prima si chiarisce “come e perché” l’attuale classe dirigente ha fallito. Se si salta questo passaggio preliminare, si rischia di semplificare la ricerca di soluzioni immaginando che basti eleggere persone “perbene”. L’impatto difficile di Virginia Raggi con i problemi del Comune di Roma dimostra che per uscire dal vicolo cieco in cui ci hanno cacciato non basta dire “vaffa” in piazza e candidare una ragazza con il volto acqua e sapone.
Ovviamente, la volontà di opporsi al regime cleptocratico non è di per sé un fatto negativo. Mi sembra tuttavia importante rilevare che l’opposizione si esprime in modi ancora poco efficaci, che non sembrano in grado di produrre quel cambiamento profondo di cui c’è bisogno. Il calo elettorale delle forze che hanno governato negli ultimi 25 anni è in effetti soltanto una premessa del cambiamento. Voler cambiare regime non basta. C’è bisogno di un’altra importante condizione preliminare. Deve diventare consapevolezza comune non soltanto il dato di fatto dell’incompetenza e della disonestà di gran parte dell’attuale classe dirigente, ma anche il motivo per cui questa politica ha sbagliato.
Solo sulla base di queste due premesse si possono avanzare proposte di cambiamento basate su obiettivi nuovi e diversi da quelli seguiti negli ultimi 25 anni. Devono cambiare anche i metodi, naturalmente, ma in primo luogo serve un chiarimento sugli obiettivi di fondo del paese. Insomma, l’unico modo per restituire speranza al paese è aver chiaro in mente cosa si deve e cosa non si deve fare di diverso da quanto è stato fatto finora. Da questo punto di vista, i 5 stelle hanno, per così dire, “gettato il cuore oltre l’ostacolo” e si sono imbarcati in una sfida al sistema senza avere un vero e proprio programma di governo.
A loro volta, le riforme “dall’interno” del sistema dei partiti, come quelle tentate dal governo Renzi, sono state poco produttive di cambiamenti profondi per lo stesso motivo: perché non erano complessivamente ed organicamente fondate su una piena comprensione delle ragioni del fallimento delle politiche precedenti. Non soltanto l’esito del referendum, ma anche l’ordinaria amministrazione del governo Renzi dimostrano che l’autoriforma del sistema politico senza una vera svolta nell’orientamento delle politiche economiche e sociali è un mito, perché sono troppo forti gli interessi a non cambiare, o meglio, a “cambiare tutto perché nulla cambi”, secondo la lezione del Gattopardo.
Si può spiegare in sintesi qual è una delle ragioni profonde, forse la principale, del declino del paese? Arrivare alla radice del problema?
Quando, guidando la macchina, ci si accorge di aver perso la strada, si può procedere “a vista”, cambiando direzione nella speranza di imboccare quella giusta. Più o meno, è quello che stanno facendo o tentando di fare le forze di governo e di opposizione. Renzi ha manifestato da subito l’intenzione di “cambiare verso”, rottamando soltanto in parte il ceto politico della Seconda Repubblica. Rispetto a questa opzione renziana, i 5 stelle sembrano chiedere anche loro un cambio di direzione “qualsiasi”, con l’unica differenza che propongono una rottamazione totale.
Di fatto, le politiche di Renzi si sono limitate a innestare la retromarcia su alcuni aspetti, senza un quadro di cambiamento globalmente coerente. Per esempio, il Jobs Act è più una compensazione degli eccessi della liberalizzazione “selvaggia” del mercato del lavoro degli anni precedenti che una riforma stabile e definitiva. Il bonus di 80 euro costituisce più un segnale di ribellione alla logica del rigorismo penitenziale degli ultimi 25 anni che una vera inversione di rotta. A sua volta, il Reddito di Cittadinanza dei 5 stelle è una misura tecnicamente corretta, ma che rimane in un certo senso isolata all’interno di un quadro di politiche sociali ed economiche che deve essere ridefinito e riorientato nel suo insieme.
Per cambiare davvero direzione, è in realtà altrettanto importante guardare la mappa, su carta o sul navigatore satellitare e, inoltre, capire se si sta usando la mappa giusta oppure no. Fuor di metafora, è sempre più urgente chiedersi se per caso la politica italiana degli ultimi 25 anni non abbia imboccato la direzione sbagliata perché ha usato la mappa sbagliata, cioè perché ha preso a riferimento una teoria economica e una visione delle dinamiche sociali intrinsecamente errate.
I fatti dicono chiaramente che siamo sulla strada sbagliata. Il risanamento della finanza pubblica, che è stato l’obiettivo dichiarato delle politiche fiscali dal 1992 in poi, non è stato conseguito. Infatti, il rapporto debito/PIL è più o meno lo stesso di 25 anni fa, nonostante i tagli alle spese. Si può dire di più: i sacrifici hanno penalizzato soprattutto il welfare e le spese in investimenti e ricerca, peggiorando la produttività del sistema e minando le basi della crescita. Le liberalizzazioni del mercato del lavoro non hanno prodotto gli aumenti di occupazione e di competitività che venivano previsti per giustificarne l’adozione. Anche le mancate riforme, per esempio quelle necessarie per un fisco più equo nei confronti delle famiglie e con meno evasione, rimandano ad un problema di contesto, cioè all’ispirazione di fondo della politica economica e sociale.
Un profondo danno culturale è stato provocato da chi, per decenni, ha predicato che disuguaglianza e povertà devono essere tollerate e perfino auspicate, presentandole come premesse necessarie della crescita economica e del funzionamento efficiente dei mercati. I dati semmai mostrano, al contrario, che l’effetto dell’equità sulla crescita è positivo, mentre le disuguaglianze ostacolano lo sviluppo. Per questo, al danno culturale si somma oggi un enorme danno economico, la cui entità è ancora tutta da valutare e da sopportare.
La radice culturale profonda della crisi italiana è tutta qui: nella persistente subalternità della politica italiana alle teorie neoliberiste, nonostante tutti i fallimenti. Il rigore finanziario senza equità degli ultimi 25 anni, la disattenzione verso i problemi della povertà e della disuguaglianza hanno minato la crescita economica e i nostri figli e nipoti, in assenza di un cambiamento profondo nell’orientamento delle politiche economiche e sociali, ne pagheranno le conseguenze con un minore tenore di vita (sempre che non decidano di emigrare).
Soltanto se si attribuisce, finalmente, priorità assoluta all’equità si può concepire un quadro organico di politiche economiche e sociali favorevoli alla crescita: è questa la svolta di fondo di cui c’è bisogno, premessa necessaria di ogni altra riforma.
Significa in concreto che non si deve più adottare nessuna misura che aumenti la disuguaglianza o, peggio, la povertà e che, al contrario, si debbano favorire prioritariamente la redistribuzione del reddito e il miglioramento del tenore di vita delle famiglie più vulnerabili. Politiche del genere sono state ostacolate, ritardate o respinte per più di due decenni: è arrivato il momento di dire che così facendo si è provocata una grave crisi del sistema economico italiano. Senza questa consapevolezza, non si può salvare il paese dal declino.
In realtà, la politica italiana non ha preso nota di un recente cambiamento radicale del contesto teorico di politica economica. Negli anni più recenti, la relazione fra equità e crescita è stata analizzata a fondo dagli economisti e dalle principali organizzazioni economiche internazionali. Gli studi hanno portato al superamento della visione neoliberista, quella che considerava inevitabile un conflitto fra equità e crescita. Non è un caso che il messaggio fondamentale che si ricava dal nuovo contesto teorico sia sintetizzato sul sito dell’OECD in termini molto semplici: “non c’è conflitto fra equità e crescita”.
Accogliendo questo nuovo quadro, il documento conclusivo dell’ultimo G20 (Hangzhou, settembre 2016), ha sottolineato per l’immediato futuro la necessità di adottare politiche di crescita inclusiva, che “affrontino le disuguaglianze e sradichino la povertà, in modo da non lasciare indietro nessuno”.
Sulla carta, la crescita inclusiva è anche l’obiettivo ufficiale dell’Unione Europea, che ha adottato nel 2010 il programma Europa 2020, caratterizzato da un ventaglio di obiettivi di sviluppo che includono, oltre alla crescita del prodotto, la sostenibilità ambientale e l’inclusione sociale.
Nonostante questo, i risultati concreti segnalano un ritardo della politica nel cogliere tutte le implicazioni della nozione di crescita inclusiva, proprio a proposito della lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Il programma ufficiale dell’Unione Europea (Europa 2020) registra in effetti un sensibile peggioramento dell’indicatore di inclusione più importante, accanto a miglioramenti per almeno alcuni degli obiettivi “ecologici”. Nonostante il programma fosse concepito come una risposta alla crisi, il numero totale delle persone a rischio di povertà o di esclusione sociale in Europa è sensibilmente aumentato dopo il 2008.
In Italia, la relazione fra equità e crescita è caratterizzata dalla persistenza non soltanto di un forte squilibrio territoriale, ma anche da nodi strutturali irrisolti, che richiedono uno sforzo di analisi e di coordinamento delle politiche maggiore rispetto al dibattito del recente passato:
disuguaglianza primaria, generata sul mercato, che dipende sia dalle differenze nelle opportunità di occupazione sia dalla dispersione dei redditi da lavoro;
ruolo assegnato alla famiglia come ammortizzatore sociale nel sistema di welfare; da cui seguono anche:
cambiamenti demografici indotti dalle trasformazioni del sistema economico e dalle politiche del lavoro, della famiglia e dell’immigrazione;
vincoli di bilancio e riforme del welfare, alla luce degli effetti sulla crescita della redistribuzione del reddito operata dal sistema di tasse e benefici (pressione fiscale, progressività del prelievo, evasione fiscale, efficacia delle spese di protezione sociale);
lotta alla povertà e all’esclusione sociale
Non è possibile affrontare insieme questi problemi con un disegno coerente di riforme senza avere una “bussola” che indichi la direzione di marcia. Questa deve essere, alla luce della teoria economica, quella che conduce a una minore disuguaglianza, che come si è detto è la premessa per una ripresa della crescita.
Il punto di attacco può essere l’introduzione in Italia di una misura di sostegno dei redditi più bassi, con lo scopo di contrastare almeno la povertà estrema. Il Parlamento ha in sospeso varie e complesse questioni: la legge sulla organizzazione del Sostegno di Inclusione Attiva e del Piano nazionale di lotta alla povertà sembra la meno urgente, almeno a giudicare dallo spazio che occupa nel dibattito. E’ un segnale del ritardo di comprensione delle vere priorità del paese.
Si può ripartire da qui: riconoscere che la lotta alla povertà e alla disuguaglianza è una priorità dettata non soltanto dall’etica, ma anche dall’esame razionale delle condizioni necessarie per la crescita economica.

di Marco Di Marco

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