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Ridurre le disuguaglianze per riconquistare gli elettori il libera uscita

L’astensionismo e il voto di protesta hanno prevalso anche alle comunali e ai ballottaggi di domenica 19 giugno. Ed entrambi sono il frutto delle difficoltà della politica di rispondere al crescente disagio sociale e alle attese del ceto medio impoverito.
L’area del non voto ormai comprende quasi la metà dell’elettorato e, in assenza di cambiamenti significativi, sembra destinata ad aumentare. Dopo i ballottaggi, con un’affluenza alle urne che si ferma al 50,5% contro il 59,94% del primo turno, anche per i vincitori si tratta di una vittoria dimezzata. A Roma Virginia Raggi vince con il 67,2% ma è un sindaco dimezzato da un 49,9% di astensioni. A Torino Chiara Appendino vince con il 54,6% ma, con un 46% di astenuti, rappresenta poco più del 25% dei suoi concittadini. A Milano Giuseppe Sala vince con il 51,8% ma è un sindaco dimidiato da un 48,2% di astenuti. A Bologna Virginio Merola vince con il 54,6% ma anche lui non si sente molto bene con un 46,85% di non votanti. Mentre a Napoli Luigi De Magistris che vince con 66,8% è più che dimezzato, ridotto ad un terzo, da un’astensione che supera il 64%.
Sommando alle astensioni i voti che si sono orientati verso il Movimento 5 stelle, sembra che sia in corso una sorta ribellione dell’elettorato di riferimento dei partiti che hanno governato l’Italia negli ultimi vent’anni.
Una frattura così ampia, però, non può essere soltanto il prodotto della rabbia anti “casta”. Le motivazioni profonde, evidentemente, stanno anche nel mancato raggiungimento degli obiettivi di fondo delle politiche di rigore senza equità degli ultimi anni che hanno prodotto un aumento spaventoso delle disuguaglianze. L’astensionismo, infatti, è anche l’effetto della disillusione di un elettorato che considera un fallimento la politica economica dei governi di centrodestra e centrosinistra della cosiddetta Seconda Repubblica, e soprattutto quella degli ultimi tre governi “presidenziali” sostenuti da coalizioni ”d’aula” e non politiche.
Un giudizio pesante, ma fondato su dati (tassi di crescita dell’economia, andamento dei consumi e della disoccupazione giovanile) difficilmente contestabili. Non avendo contrastato efficacemente l’evasione fiscale e la corruzione, le maggiori tasse e i tagli alle spese in assenza di investimenti hanno da un lato mancato l’obiettivo di riduzione del debito pubblico e dall’altro provocato una riduzione del tasso di crescita che ha inciso maggiormente sulle classi meno abbienti. La lunga crisi economica, poi, ha lasciato sul terreno iniquità crescenti che se da una parte minano la credibilità delle istituzioni (Governo e Parlamento) che non riescono a rispondere adeguatamente all’impoverimento della classe media e alla crisi occupazionale, dall’altra frenano le possibilità di una ripresa economica equilibrata. Le diseguaglianze che si manifestano a livello di distribuzione dei redditi, dei patrimoni, delle chance di vita e della possibilità per molti giovani di costruire un progetto di vita personale, familiare e sociale, derivano dall’idea di stampo neo liberistico che per guadagnare in competitività, in un quadro di globalizzazione, le cose più importanti da fare siano sacrificare il welfare per contenere la spesa pubblica, ridurre il costo e i diritti del lavoro, tassare poco i ricchi grazie a sistemi impositivi sempre più regressivi nella speranza che investano qualcosa a vantaggio della collettività. Idee applicate in molti paesi, compreso il nostro, e che hanno contributo a determinare (in particolare in Italia) il crollo della domanda interna che poi si riverbera, oltre che su Pil, ordini e fatturati delle imprese, anche sull’occupazione e di conseguenza su consumi e investimenti, in una spirale negativa che si autoalimenta. Una situazione, questa, che smaschera non solo una serie di pseudo verità come quelle che i mercati si autoregolano, che la speculazione ha effetti positivi, che le diseguaglianze esprimono il buon funzionamento dell’economia perchè premiano il merito e che non è un problema se i manager guadagnano mille volte quello che guadagnano i loro dipendenti, ma che incide concretamente sulla vita di molte persone che percepiscono la crisi attuale più grave e profonda di quanto non venga descritta. La bassa crescita economica, anche nel nostro Paese, coesiste da tempo con una crescente polarizzazione dei redditi e dei livelli di vita. E a dispetto dei sostenitori della teoria dello sgocciolamento gli aumenti di produzione e di ricchezza, quando ci sono, non si traducono automaticamente in un aumento del benessere generalizzato. Senza contare che i processi di ristrutturazione industriale e produttiva indotti dalla crisi stanno generando nuove forme di diseguaglianza attraverso la contrazione della domanda di lavoro e l’aumento delle aree di vulnerabilità economica delle fasce medie che stanno fortemente ridimensionando i propri stili di vita.
Le diseguaglianze economiche, poi, oltre al Pil distruggono soprattutto la coesione sociale, rendendo ancora più difficile realizzare a livello politico quelle soluzioni che potrebbero ridurre le diseguaglianze stesse. Perciò le politiche del rigore vengono percepite come contrarie agli interessi del Paese oltre che a quelli dei singoli elettori. Questo spiega la trasversalità del non voto e la sua diffusione fra ceti molto diversi tra loro per cultura e collocazione politica. Isolare queste tendenze, che si osservano in ambito economico, sociale e politico e che si riproducono e alimentano reciprocamente, è un errore. E da questo deriva il crollo di credibilità della politica: dalla difficoltà di riuscire a dare risposte concrete rispetto ai problemi avvertiti con più urgenza dai cittadini, che di conseguenza non vanno a votare perchè convinti del disinteresse della politica di governare tali processi in un’ottica di bene comune che si fa carico in primis delle fragilità sociali più evidenti. Il Movimento 5 stelle, però, al di là delle fiammate di Roma e Torino, non sembra avere la capacità di convincere l’elettorato astensionista nè pare disponga di una classe dirigente in grado governare processi complessi come quelli elencati. Basti pensare al sistema di selezione della classe politica del Movimento, sia a livello parlamentare che a livello locale; o alla promessa elettorale dei grillini a Roma di istituire il reddito di cittadinanza nella capitale senza tener conto del deficit di 1,2 miliardi della gestione ordinaria nè della montagna di debiti del Comune, di Ama e Atac. Il centrodestra è agonizzante. Ma anche il Pd di Renzi, un partito strabico che non si capisce se è un partito di sinistra che guarda al centro, o di centro che alternativamente guarda a destra o a sinistra, non si sente molto bene. Ma questo più che un buon viatico per il M5S è un problema per tutto il Paese.
Renzi, sembra aver colto il nocciolo della questione quando afferma che il Pd ha un problema con l’elettorato moderato. Le questioni da affrontare, però, sono diverse: recuperare il consenso di quegli elettori appartenenti al ceto medio impoverito disillusi dalla politica; cambiare verso alla politica economica attaccando le disuguaglianze prima che sia troppo tardi; aprire il Pd a forze nuove capaci da una parte di interagire con il ceto medio impoverito da una posizione non massimalista nè tantomeno esclusivamente protestataria e dall’altra di apportare un valore aggiunto sul terreno culturale con una solida piattaforma politica in grado di restituire una prospettiva credibile sia per il partito che per il Paese.
Oltre questo, nell’immediato, non c’è molto.
(Aggiornato il 20 giugno 2016)
Francesco Gagliardi

di Francesco Gagliardi

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