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Tutte le insidie del Ddl Boschi

Il presidente emerito della Corte Costituzionale, Ugo De Siervo, scrive ai componenti dell’Associazione italiana dei costituzionalisti evidenziando alcuni dei problemi che potrebbe provocare l’adozione del disegno di legge Boschi approvato mercoledì scorso dal Senato.
La tesi fondamentale, secondo De Siervo, è che in vista del referendum il testo di revisione costituzionale, pur evitando discorsi catastrofisti di tipo politico-ideologico, può e deve essere contestato per alcuni rilevanti difetti che contiene.

Di seguito il testo integrale della lettera

Cari amici,
nel nostro paese si sta aprendo una stagione di impegno intorno alla valutazione della vasta revisione costituzionale che sarebbe prodotta dall’adozione finale del testo che sta per essere nuovamente approvato dal Senato. Si avvicina quindi, con ogni probabilità, il referendum su di esso e di conseguenza mi sembra che sia doveroso prendere posizione non solo in quanto cittadini, ma in quanto studiosi del diritto pubblico e costituzionale e quindi i soggetti più consapevoli di ciò che possono produrre nuove disposizioni costituzionali.
Già alcuni fra noi hanno assunto posizione sugli opposti versanti, ma mi sembra che non sia adeguatamente rappresentata la posizione di chi intende esprimere un’opinione critica fondata sul merito di alcune delle maggiori scelte che vengono operate nel testo di revisione costituzionale e non, invece, su valutazioni essenzialmente politiche. Occorre invece evitare di creare contrapposizioni che possano ridursi ad aprioristici conflitti politici o ideologici (od anche solo apparire tali), così producendo un’impropria politicizzazione del momento referendario e la sostanziale sottovalutazione delle concrete innovazioni che verrebbero introdotte.
E’ sul merito delle innovazioni deliberate che occorre confrontarsi.
In via di principio non si può certo negare la liceità ed anzi l’opportunità di alcuni aggiornamenti delle disposizioni organizzative della nostra Costituzione democratica, al fine di modernizzarla e migliorarne la funzionalità: basti rinviare a quanto ha sostenuto negli anni trascorsi Giuseppe Dossetti, allorché parlava e scriveva di “principi da custodire”, ma anche di “istituti da riformare”. Nessuno può negare, ad esempio, l’opportunità di riformare il nostro attuale bicameralismo, di razionalizzare il rapporto fra Stato e Regioni, di ridurre alcune inutili complessità organizzative e di contenere la consistenza della classe politica, di migliorare le procedure legislative ed il sistema delle fonti. Ma ciò non può voler dire accettare ogni innovazione, anche quelle che appaiano seriamente inefficaci o addirittura pericolose. E dicendo ciò non mi riferisco a disposizioni minori che pur possano originare rilievi, ma a quelle che caratterizzerebbero il funzionamento della Costituzione riformata.
Abbiamo bisogno di un miglioramento del nostro ordinamento costituzionale e non di un assetto istituzionale più contraddittorio di quello attuale in alcune sue parti importanti, di conseguenza quindi pericolosamente destinato a non risolvere o perfino a produrre conflitti gravi fra le istituzioni ed i vari protagonisti politici.
Si pensi, solo per fare alcuni esempi, alla profonda riscrittura del Titolo V della Costituzione: in alternativa al sistema attuale, in tante parti certamente errato, carente e troppo confusamente squilibrato verso un modello di pseudofederalismo, si è adottato – per di più senza alcun serio confronto- un sistema molto fortemente caratterizzato da dominanti poteri statali (Camera dei deputati, Governo, burocrazie statali), ma al tempo stesso profondamente impreciso, confuso e spesso irrazionale nella delimitazione delle diverse aree legislative dello Stato e delle quindici Regioni ad autonomia ordinaria. Al tempo stesso, non solo non si estende questa riforma del nostro regionalismo alle cinque Regioni ad autonomia particolare, ma si rafforza implicitamente la loro specialità, in evidente contrasto con tutto il dibattito che si era largamente sviluppato in precedenza.
Al tempo stesso, la riforma del Senato non solo introduce una sua nuova composizione largamente discussa ed incerta, ma soprattutto configura in modo inaccettabile le sue funzioni di tipo paritario nel procedimento legislativo, là dove quest’organo, certamente rappresentativo di classi politiche esperte di amministrazione regionale e locale, potrebbe contribuire all’arricchimento del confronto in Parlamento: infatti fra le sue eterogenee funzioni legislative paradossalmente sono state escluse proprio le competenze relative alla specificazione dei confini fra le diverse materie statali e regionali. Al tempo stesso, la confusa definizione dei diversi poteri legislativi del Senato produce una del tutto irragionevole moltiplicazione dei procedimenti legislativi del Parlamento.
Inoltre aver attribuito al Senato l’elezione di due giudici della Corte costituzionale, non solo introduce una pericolosa rappresentanza di tipo corporativo all’interno dell’organo di giustizia costituzionale, ma rischia di eludere la prescrizione di una maggioranza qualificata per queste elezioni, essendo probabile (a causa dei criteri previsti per la composizione del nuovo Senato) l’esistenza in esso di vasti schieramenti maggioritari.
Ciò mentre appare molto pericolosa la disposizione secondo la quale l’elezione a Presidente della Repubblica sarebbe sempre subordinata al conseguimento del sessanta per cento dei voti dei parlamentari o altrimenti alla mancata partecipazione al voto di parti rilevanti dei parlamentari: ciò, riferito a questo fondamentale organo monocratico di garanzia, nella nostra realtà politica significa rischiare di non averlo per anni o di averlo infine con un profilo debolissimo.
Pertanto, anche volendosi limitare a quanto rapidamente appena accennato, vi sono motivi molto seri per impegnarsi contro una riforma costituzionale che purtroppo non risolverebbe molti problemi che dice di voler affrontare e che addirittura produrrebbe nuovi gravi danni alle nostre istituzioni democratiche. Alcuni dei contenuti del ddl cost. potrebbero anche essere condivisi ma non possono minimamente giustificare l’introduzione nella nostra Costituzione di norme e istituzioni inadeguate, inefficaci o indegne di una piena e moderna democrazia.
Mi auguro che queste osservazioni possano contribuire ad aprire un dibattito motivato sul merito della proposta di revisione da parte di coloro che professionalmente studiano il nostro ordinamento costituzionale. Inoltre penso che sia doveroso cercare di spiegare i contenuti reali del ddl ad un’opinione pubblica troppo disinformata e che anzi rischia di essere largamente manipolata da un’informazione molto strumentale e comunque attenta ai soli profili strettamente politici.
In tal senso cercherò di impegnarmi e sono a disposizione di coloro che ritengano di operare analogamente.

Firenze 20 gennaio 2016
Ugo De Siervo

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