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Renzi rischia di cadere nella sua stessa trappola

Le ultime mosse di Matteo Renzi, dalla riunione della segreteria del 6 febbraio in avanti, sembrano indicare una battuta di arresto nel suo tradizionale dinamismo movimentista. Segno probabilmente di una qualche difficoltà che comincia ad incontrare la sua strategia proiettata sempre in avanti, in un rilancio senza fine e senza requie. Forse ci troviamo di fronte ad una impasse, sarebbe la prima nella sua ancora breve storia politica, dalla quale il segretario del PD potrà uscire solo facendo ricorso a tutta la sua forza d volontà e alla sua intelligenza.

Le ragioni di queste difficoltà sono sotto gli occhi di tutti: Renzi si trova ad un tornante decisivo della propria carriera politica, e una mossa sbagliata potrebbe compromettere per sempre le sue ambizioni. In attesa del “chiarimento” con Letta nella segreteria del 20 febbraio, si cominciano ad affilare i coltelli. Il sindaco lancia messaggi (spesso via twitter, comodi, sintetici ed evanescenti), il più significativo dei quali è il seguente: “a me conviene votare, all’Italia no”. Un concetto che, tradotto dal fiorentino, suona così: “vorrei tanto che si tornasse a votare, ma non me lo fanno fare”. Chi glielo impedisce? Il capo dello stato, innanzitutto, che non ha mai fatto mistero della sua ferma volontà di proseguire sul doppio percorso del governo Letta e delle riforme almeno fino alla conclusione del semestre italiano di presidenza UE.

Ma anche il suo alleato-avversario, Silvio Berlusconi, che, ottenuta la sospirata “agibilità politica” e tornato al centro della scena grazie all’accordo sulle riforme, ora si gode lo spettacolo in prima fila. E, nonostante le sincere attestazioni di simpatia, lo spettacolo migliore per il Cavaliere è il logoramento di Matteo Renzi, che resta pur sempre il suo principale competitor, l’ostacolo maggiore ad una riconquista di Palazzo Chigi. Per questo Berlusconi improvvisamente ha scoperto di non aver fretta di tornare a votare, perché il tempo, e le polemiche interne al PD, logoreranno il leader dei Democratici. Un anno sulla graticola sarebbe sufficiente ad indebolire il sindaco e gli consentirebbe di organizzare al meglio un nuovo carrozzone elettorale che ha ancora bisogno di molte messe a punto, sopratutto dopo il ritorno di Casini.

Renzi, al contrario, è tornato ad avere fretta (se mai abbia smesso di averla). Sa che le elezioni non ci saranno a breve, anche grazie al combinato disposto di una riforma elettorale che, come hanno sottolineato alcuni attenti analisti, non può essere applicata se non dopo la legge costituzionale per la trasformazione del Senato in un organismo non elettivo; pena il rischio di risultati (e quindi premi di maggioranza) difformi nei due rami del parlamento.

Allontanata quindi l’ipotesi di un voto a breve, il segretario e sopratutto i suoi, stanno ora valutando ipotesi alternative. Che sono sostanzialmente due:

incassato il primo via libera alla nuova legge elettorale, parte il “cambio di schema” per il governo. Ossia, via Letta da Palazzo Chigi, dentro Renzi. E’ questa l’ipotesi alla quale sta lavorando l’inner circle renziano, ma che comporta numerosi rischi dei quali il sindaco di Firenze è perfettamente consapevole. Una scelta che innanzitutto richiamerebbe alla mente quello che per una larga fetta dell’elettorato del PD, e in particolare per lo stesso Renzi, è una ferita non ancora rimarginata: la conquista della poltrona di capo dell’esecutivo da parte di Massimo D’Alema, senza una legittimazione popolare. Ma ci sarebbero anche controindicazioni di sostanza. Napolitano sarebbe disposto ad accettare un simile cambio? Quale maggioranza sosterrebbe questo esecutivo, visto che, com’è noto il PD non ha al Senato i numeri per governare, neanche con il sostegno di SEL? Come spiegare al proprio elettorato la scelta di guidare una coalizione che va magari da Vendola al Nuovo Centrodestra dopo aver proclamato a gran voce che l’epoca delle larghe intese si è finalmente conclusa per sempre?

La seconda ipotesi è che si continui a navigare di bolina, risalendo faticosamente il vento contrario, in attesa che fra 12-18 mesi si torni a votare. Letta resterebbe al suo posto, da quasi vincitore, e Renzi continuerebbe a fare il segretario-stimolatore, impaziente e frustrato. Si darebbe vita ad una estenuante diarchia nella quale nessuno dei due regnanti riuscirebbe a prevalere. In pratica, sarebbe lo stallo. L’ipotesi peggiore per il Paese.Dentro questa seconda variabile ce ne sono molte altre: il governo Letta potrebbe continuare con qualche ritocco o realizzare un rimpasto vero e proprio; i confini della maggioranza potrebbero cambiare; il programma di governo potrebbe essere ricontrattato integralmente, per adattarlo ad un orizzonte temporale più o meno lungo.

Insomma, per Renzi è giunto il momento delle scelte difficili. E per lui ora è concreto il rischio di rimanere intrappolato in quella rete che aveva costruito per imbrigliare il governo delle larghe intese e per tentare di tenere a bada Berlusconi.

Paolo De Luca

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