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Erdogan e il sogno del Sultano

Ora che le urne hanno dato il loro responso, ed il leader nazionale può dormire sonni almeno apparentemente più tranquilli, si impone una riflessione: fino a che punto una democrazia (nascente, giovane, affermata che sia) può sostenere il peso di una concezine personalistica del potere? Apparentemente, la risposta è semplice: democrazia e potere di una sola persona sono due cose inconciliabili. Lo si studia con l’abc dell’educazione civica. Purtropppo, però, negli ultimi decenni si è andata affermando qualla che Fareed Zakaria definì fin dall’inizio la “democrazia illiberale”, un sistema politico che, pur rispettando tutte le forme del sistema democratico, ne viola regolarmente la sostanza. Il governo scavalca il parlamento, scavalca il potere giurdiziario, stronca con la manipolazione dell’opinione pubblica le opposizioni e la stessa forma partito, riducendo i partiti a club di giacobini o cordiglieri in mano a cacicchi più o meno evoluti.
Erdogan è solo l’ultimo esempio di una lunga serie di leader che, con sfumature diverse, hanno ceduto alle sirene della democrazia illiberale. L’Olimpo è pieno di divinità superiori anche a lui, basti pensare a quel Tony Blair che appena poche settimane fa ha sì ammesso (finalmente, ma con 12 anni di ritardo) che la guerra in Iraq fu in effetti una truffa. Può apparire strano, ma mettere insieme Blair, Erdogan, l’Iraq e la democrazia illiberale non è un caso. L’accostamento ce lo impone la storia recente. Fu proprio con quello sciagurato conflitto che si innescò, nel gioco delle democrazia occidentali come in quello dello scacchiere mediorientale, un meccanismo di instabilità e ricorso alle maniere autoritarie che vale sia a livello internazionale, sia all’interno dei singoli paesi. Il fatto che Ralph Dahrendorf denunciasse in quegli anni la “tentazione autoritaria” della terza via blairiana deve far riflettere, come anche il fatto che sono quegli gli anni in cui incuba la svolta autoritaria di Erdogan, il quale non fa mistero di avere mire di egemonia politica in un settore, il Medioriente, dal quale la sua Turchia si è ritirata una novantina di anni fa.
L’Erdogan che ha vinto le elezioni politiche si è indubbiamente rafforzato, nel breve periodo. Nel medio-lungo dovrà affrontare i nodi lasciati irrisolti dalla sua politica degli ultimi anni. Il primo è proprio quello siriano-iracheno. il ritorno dei turchi nella regione, anche se solo a livelo diplomatico, porterà ad una nuova serie di contraccolpi, anche pesanti. IL secondo quello della democrazia interna al suo paese: l anc he la Turchia ha avuto la sua primavera democratica, negli anni scorsi, e i filocurdi, pur fortemente ridimensionati, anche questa volta sono riusciti ad ottenere il quorum. Cambiare la legge elettorale per difarsi di loro, magari con un “Turcicum”, potrebbe essere la più inutile delle medicine. Infine i rapporti con la Nato e l’Europa. Se nel primo caso poco potrà cambiare (il Patto Atlantico è rimasto legato ad Ankara anche nei tempi delle dure dittature militari), il pluridecennale processo di avvicinamento a Bruxelles potrebbe seguire una nuova, lunga battuta d’arresto. Ed il Sultano, un giorno, potrebbe scoprirsi d’un tratto solo, circondato più da nemici che non da amici, nonostante i suoi sogni. Spesso capita ai leader solitari.

di Nicola Graziani

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