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Manifesto

di Giorgio Faro

Quando si parla di personalismo occorre distinguere due tipi fondamentali. Il primo tipo di personalismo afferma che essere umano e persona sono sinonimi per natura. E questo, anche quando un essere umano non può manifestarsi persona -ma lo è (e ci sono buone ragioni filosofiche per asserirlo)- perché ancora allo stato embrionale o in stato di incoscienza. Alla seconda tipologia, appartengono quella famiglia di personalismi che distinguono tra essere umano (per natura) ed essere persona (per cultura, convenzione). Ovvero, che attribuiscono al possesso di determinati requisiti di legge il riconoscimento della persona -come concessione reciproca- con l’attribuzione alla stessa di ogni diritto, limitando invece tali diritti nell’essere umano. Ne consegue che un qualsiasi conflitto possa sorgere domani tra una persona ed un semplice essere umano, implica che la persona debba prevalere sempre sull’essere umano, secondo l’etica del più forte (in tal caso, del meglio garantito nella totalità dei diritti). Quando pertanto un essere umano possa configurarsi come potenziale minaccia per una persona, o rappresentare un onere sociale troppo costoso, quell’essere umano può venire soppresso nell’interesse della maggioranza delle persone. Anche questa è una tipologia di personalismo, assai diffusa nel mondo. In un certo senso siamo tutti esseri umani, però le persone lo sono di più.

È chiaro che il personalismo su cui si fonda il Forum è del primo tipo. Ed in esso possono trovarsi rappresentati sia non credenti che credenti, purché allergici ad ogni tipo di discriminazione umana. Tale personalismo si snoda secondo due livelli: il rispetto (1) e la promozione (2) della persona, ovvero di ogni essere umano, nella sua libera autodeterminazione al bene. Perciò sarà pronto a tollerare eventuali usi irrazionali della libertà, nella misura in cui non vogliano espandersi nella società, ma restino confinati a chi vi presta consenso, senza influenzare o danneggiare terzi.

Infatti, qualsiasi concezione del bene comune, anche oggettivamente fondata, non potrà mai imporsi con la forza o con l’autoritarismo, ma con la persuasione, il dialogo, la cultura, l’informazione, l’educazione. Per bene comune, fine etico della comunità politica, si intende quell’insieme di condizioni necessarie e viabili, che rendano sostenibili i progetti relazionali di felicità di ogni cittadino. Dietro ogni cittadino, si deve infatti percepire la famiglia e la comunità amicale. La libertà è alla base del personalismo e perciò va rispettata pure nei casi di uso irrazionale della stessa (non si parla qui, è ovvio, di chi usa male della propria libertà per violare diritti fondamentali: quelli che ogni costituzione progredita garantisce al cittadino). Non si potrà mai, comunque, suggerire un’imposizione ideologica di un determinato modello di comportamento sociale, fosse anche quello  più giusto e degno possibile.

Il secondo aspetto che distingue le due famiglie alternative di personalismi è che, nel primo caso, esiste una fondazione etica legata ad una verità sulla natura dell’uomo e sulla sua valorizzazione. Nel secondo caso, il terreno di fondazione è invece il relativismo etico, per cui esisteranno tanti criteri diversi per distinguere la persona dall’essere umano e l’auto-affermazione di ognuno, quanti sono differenti gli uomini che popolano un determinato Stato; purché si arrivi ad un consenso democratico, nell’esprimere tali criteri.

La differenza è che il primo tipo di personalismo si basa sulla morale, come insieme di principi oggettivi e di condotte di eccellenza, assumendo il rischio della libertà sul come applicarli, qui e adesso, in determinate circostanze (infatti, nessuna legislazione -per la sua generalità- può includere e disciplinare tutti i casi particolari); nel secondo, al posto della morale ci sarà il moralismo, i cui principi non saranno mai oggettivi, essendo fondato sul relativismo e sul consenso (è la maggioranza a “creare” di volta in volta la verità, o comunque lo è il consenso più diffuso).

Anche il relativista ammette comunque che, senza regole, nessuna società può sussistere. Peraltro, è irrilevante per lui quale sia il contenuto di tali regole: l’importante è che vi siano regole, che siano funzionali all’ordine sociale e che lo Stato le faccia valere, punendone le trasgressioni. Il moralismo subordina dunque l’etica all’ordine sociale e si preoccupa solo che siano puniti i trasgressori. Le regole, via via espresse, si muteranno ogni volta che non siano più in grado di raggiungere lo scopo. Per questo, ad ogni crisi economica mondiale (l’attuale non fa eccezione), sentiamo ribadire l’unico rimedio possibile, per i seguaci del moralismo, ma non della morale: bisogna darsi nuove regole! Bisogna cambiare le regole!

Sembra qui analogo rapportarsi all’eterno gioco tra i costruttori di serrature, sempre più sofisticate, e ladri sempre più geniali nel saperle forzare, con nuovi metodi. E sempre, il moralismo premia il più forte o il più astuto del momento, in un gioco eterno, privo di bussola per la persona. Un gioco dove, in fondo, è irrilevante fare lo scaltro scassinatore o il costruttore di serrature sempre più complesse, essendo ogni regola priva di un qualunque contenuto oggettivo.

Si tratta di domandarsi se è preferibile la morale e la rettitudine della condotta etica, o il moralismo delle regole “qualunque esse siano”, purché funzionali ora e adesso e fin quando tengono.

Noi di Epta scegliamo senza dubbi la prima strada, quella della retta condotta etica che proprio il cristianesimo ha saputo illuminare, ponendo l’accento anche sulla versione della legge aurea meno battuta (non solo: “non fare agli altri ciò che non vorresti gli altri facessero a te”, ma anche: “fa’ agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te”). Ed inoltre, restiamo aperti a tutti coloro che sono pronti a condividere quanto affermato da Immanuel Kant: “l’essere umano non ha valore”. Infatti, il valore si esprime sempre in un prezzo, che rende perciò funzionali e sostituibili anche tutti gli esseri umani. L’essere umano riveste piuttosto una dignità che è incommensurabile: non ha prezzo. Pertanto, a differenza degli animali che vivono in funzione della specie, l’essere umano può da una parte contribuire al bene comune, in quanto essere relazionale; ma dall’altra è anche consapevole di rivestire un fine in sé, in quanto unico, irripetibile ed insostituibile in ogni esemplare. Non è pertanto un semplice strumento, nemmeno per fini sociali. Inoltre, proprio perché Kant ben sapeva che nessuno strumento scientifico potrà mai appurare quando un essere umano si possa definire persona, nel dubbio, non esitava a definire persona qualunque concepito da madre umana. Approvando così il principio etico tacito: “è immorale agire, quando si rischia di commettere qualcosa di immorale”. Nel relativismo etico, su cui si fonda ad esempio l’utilitarismo contemporaneo, ogni persona vale 1. Può pertanto essere sacrificata sull’altare del maggior bene(ssere) per il maggior numero.

In ambito politico, quel personalismo che si fonda sulla dignità di ogni essere umano esige il rispetto e la promozione della libertà responsabile di ciascuno, trovando il cuore pulsante non tanto nello Stato o nell’economia, ma nella società civile. Non si tratta di esautorare lo Stato, ma – per esempio – di trasformare un’idea feconda come quella del Welfare (consentire l’ascesa economica e sociale di coloro che sono in basso, senza far discendere quanti stanno in alto) attribuendone  l’esecuzione al privato sociale. Lasciando quindi allo Stato solo il necessario controllo e coordinamento verso tale obiettivo, nonché la possibilità di intervenire in maniera sussidiaria e temporanea, ove necessario, diretta o indiretta (ad esempio con la tassazione proporzionale). Dunque, si tratta di un personalismo capace di rinunciare ai vari tentativi falliti di Welfare State, traghettando l’esecuzione del progetto -eticamente valido- verso una Welfare Society.

Le tassazioni eccessive e l’evidenza dei preoccupanti livelli di corruzione nella burocrazie statali (da cui il fenomeno dell’evasione e la scarsità di risultati Welfare, rispetto agli sforzi profusi), l’iper-legislazione o i falliti tentativi di delegare mete assistenziali all’economia, mostrano che è necessaria una nuova concezione della politica e del ruolo attivo della società civile. Si tratta di promuovere le reti associative in cui si esprime il privato sociale, rendendole accessibili a tutti, senza discriminazioni economiche: creando società pubbliche, che perseguono beni solidali di interesse collettivo, senza ricercare il profitto, ed accessibili a tutti. Pubbliche, dunque, ma non statali. Mobilitando le migliori energie del Paese.

Il medesimo ruolo sussidiario dello Stato, è auspicato anche per il mercato del lavoro. Ad una concezione personalista dello Stato si richiede infatti la garanzia di mantenere libero il mercato (da monopoli o strutture sociali perverse) e, specificamente, la lotta alla disoccupazione come obiettivo centrale e personalista, nonché la realizzazione di tutele effettive per i lavoratori, finalizzate alla promozione di un’occupazione stabile e giustamente retribuita (ad esempio pagando meglio il lavoro precario). La libertà del mercato esige oggi anche un controllo sull’economia finanziaria, che -per essere davvero utile (lo è entro certi limiti)- non può né deve superare un determinato volume  espresso dall’economia reale (in termini di produzione di beni e servizi). Altrimenti, nuove crisi si annidano dietro l’angolo, come finora è ciclicamente e puntualmente successo.

Il personalismo si distingue poi -in ambito economico- dal capitalismo liberista, nel senso che privilegia un’economia di impresa dove la persona viene sempre prima del profitto (pur necessario). Dove il lavoro soggettivo (che perfeziona la persona) viene prima del risultato, o lavoro oggettivo. Perché l’essere umano è più importante di ciò che produce. Il fine del lavoro, di ogni lavoro a misura d’uomo, deve essere sempre un servizio alla persona e alla società. Un sostegno al progetto relazionale di felicità, di ciascuno. Un concorrere al bene comune delle famiglie.

Da quanto finora descritto possiamo sintetizzare quanto segue: fine del personalismo etico è la solidarietà (rispetto e promozione della persona); mezzo e condizione preliminare (sine qua non) è la libertà, che -necessariamente- include la tolleranza. In politica, il personalismo etico esige un ruolo direttivo, ma sussidiario dello Stato, ed un ruolo attivo e libero dei corpi sociali intermedi (profit o no profit), che garantiscano la rilevanza del lavoro personale e della solidarietà, anima della comunità politica moderna.

L’obiettivo è una società civile e politica, a misura della persona. Ossia, di ogni essere umano. Nella consapevolezza che la libertà non è un fine, ma un mezzo. E può essere usata bene o male, mettendo in gioco la responsabilità di ciascuno: personale e civile. L’uomo, infatti, è colui che diventa sé stesso, solo in relazione agli altri. E attraverso l’uso responsabile della propria libertà.

Non paga invece l’atteggiamento timoroso di chi preferisce sotterrare le proprie qualità, delegando ad altri la capacità di iniziativa e di occupazione degli spazi politici e civili. Perciò, ognuno di noi è chiamato ad una partecipazione: attiva e responsabile.