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Siamo ancora in stagnazione

I consumi restano stagnanti e la ripresa procede a ritmi modesti, inferiori alle previsioni del Governo. Ad agosto, fa sapere l’Istat, le vendite al dettaglio registrano una diminuzione dello 0,1% in valore e dello 0,2% in volume rispetto a luglio. La flessione è dovuta ai prodotti alimentari, le cui vendite calano dello 0,8% in valore e dell’1% in volume, mentre quelle di beni non alimentari crescono dello 0,3% in valore e dello 0,2% in volume. Rispetto ad agosto 2015, le vendite diminuiscono complessivamente dello 0,2% in valore e dello 0,8% in volume. La flessione più marcata riguarda i prodotti alimentari: -0,7% in valore e -1,4% in volume.
I dati dell’Istat seguono quelli dell’Ufficio parlamentare di bilancio sulla congiuntura di ottobre 2016 che indicano come la ripresa della nostra economia proceda con ”ritmi modesti” a dispetto delle previsioni. Nelle stime Upb, infatti, il Pil aumenta dello 0,2% nel terzo trimestre e dello 0,1% nel quarto. Andamenti che conducono a una crescita media 2016 dello 0,8% (che corretto degli effetti di calendario diventa dello 0,7%, inferiore allo 0,8 ipotizzato per il 2016). Sulla bassa crescita, secondo l’Upb, incide la debolezza della domanda interna, a fronte di esportazioni che, pur denotando performance positive, sono rallentate dalla persistente debolezza degli scambi mondiali. I consumi delle famiglie hanno subito una frenata nell’ultimo periodo. Gli investimenti non sono ripartiti in modo adeguato, nonostante una migliore redditività aziendale e l’allentamento dei vincoli di credito. E le incerte prospettive di domanda limitano i progetti di ampliamento della capacità produttiva. Secondo l’Upb, però, la bassa crescita non sembra ostacolare gli investimenti di razionalizzazione diretti a rafforzare l’efficienza. La recente revisione dei conti nazionali effettuata dall’Istat mostra infatti, negli ultimi anni, miglioramenti di produttività e profittabilità nel settore manifatturiero. Dal punto di minimo nel 2009, il valore aggiunto manifatturiero per ora lavorata è aumentato a ritmi medi trimestrali dello 0,7%, simili a quelli della fase espansiva pre-crisi 2003-2007. Tale risultato fa ipotizzare, nel corso delle due ultime recessioni, riallocazioni delle risorse verso le imprese più produttive e profittevoli, ossia quelle maggiormente in grado di riorganizzare i processi produttivi. Il settore manifatturiero sembra dunque uscire dalla crisi ridimensionato, ma con un più elevato livello medio di efficienza. E nell’ultimo periodo, sottolinea l’Ufficio parlamentare di bilancio, si evidenziano segnali di rallentamento nella crescita occupazionale, soprattutto per la componente a tempo indeterminato. I recenti dati sulla forza lavoro e soprattutto le indicazioni Inps mostrano una minore creazione di nuovi rapporti di lavoro, in particolare per quelli a tempo indeterminato e per le relative trasformazioni dal tempo determinato (causa fine incentivi). Infine, l’inflazione è tornata, in settembre, in territorio marginalmente positivo solo grazie all’aumento dei beni energetici. Mentre gli impulsi interni sui prezzi rimangono deboli. La percentuale di prodotti in deflazione nel paniere Istat, nello stesso mese, è rimasta infatti elevata (31%), mentre è salita la quota di prodotti caratterizzati da inflazione molto bassa (quelli che hanno incrementi inferiori allo 0,5% sono il 56%).
Insomma, siamo ancora in stagnazione. E prima di dire che siamo fuori dal tunnel ancora ce ne vuole. Peraltro, con i tassi di crescita previsti nel triennio 2016-2018, considerati ottimistici da Bankitalia e Ocse, secondo molti analisti torneremo ai livelli pre-crisi non prima del 2022. Praticamente l’intera prossima legislatura a politica economica invariata.
Francesco Gagliardi

di Francesco Gagliardi

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