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Il punto sulle politiche anti povertà

Nonostante le molte autorevoli proposte in campo, il 2015 è passato senza novità sul fronte delle politiche di sostegno ai poveri. E il 2016 si presenta anche peggio, con un ammontare di risorse pubbliche ridotto all’osso, da spendere in un semplice “esperimento”, necessariamente limitato nel numero di beneficiari e nell’importo.

Degli 800 milioni di euro stanziati per il 2016, solo una parte sarà destinata al Sostegno per l’Inclusione Attiva (SIA), che vorrebbe essere la risposta del governo alla più volte richiamata necessità di una politica universale anti-povertà. Come ha subito notato Chiara Saraceno su lavoce.info queste risorse “sono solo una piccola frazione” rispetto alle necessità delle famiglie e degli individui in povertà assoluta. In effetti il governo pensa di dare un sussidio soltanto a 280mila famiglie, su un totale di un milione e 470 mila che si trovano in povertà assoluta. Un milione circa di persone, rispetto ai quattro milioni di poveri assoluti. Circa la metà dei minori in povertà assoluta non riceverà nessun sostegno dalla misura, nonostante l’esclusione delle famiglie povere senza figli. Inoltre, l’importo medio del sussidio sarà inferiore a 3 mila euro l’anno, cifra che in molti casi non consente alla famiglia di uscire dallo stato di indigenza. Verosimilmente, a venire assistiti saranno coloro sufficientemente “fortunati” da trovarsi nelle condizioni richieste nel momento in cui si aprono gli sportelli. 

Una delle possibili ragioni del tempo perso è il mancato coordinamento delle due principali proposte in campo. Sia la proposta di Reddito di Cittadinanza del Movimento Cinque Stelle, Libera e Gruppo Abele, sia il Reddito di Inclusione Sociale (REIS) dell’Alleanza contro la Povertà sono varianti di una stessa formula matematica, nota in letteratura come Reddito Minimo (Basic Income). In particolare, la proposta di Reddito di Cittadinanza riprende una precedente ipotesi avanzata dallo Svimez nel suo Rapporto 2013 e poi ripresa come esempio nel Rapporto Istat 2014. Si tratta peraltro di una proposta avanzata da tempo anche nel dibattito su Eptaforum.

L’importo del Reddito di cittadinanza (780 euro mensili per un singolo, che aumentano per le famiglie più numerose) è vicino alla soglia di povertà assoluta misurata nelle città metropolitane. L’importo del REIS (400 euro) è significativamente al di sotto di questa soglia minima di sussistenza, tanto che, nell’ultima versione del marzo 2015, la proposta è stata aggiornata prevedendo un’integrazione per i soli inquilini, commisurata all’affitto. Questo aggiustamento, tuttavia, altera in modo sostanziale l’equità della proposta, rischiando di renderne incomprensibili le finalità e di scatenare “guerre fra poveri”.

La differenza fondamentale fra le due proposte è comunque il loro diverso obiettivo generale: il Reis non ha effetti preventivi, mentre il Reddito di Cittadinanza si rivolge ad una platea più ampia di beneficiari ed eroga un sussidio più consistente. Per queste ragioni, ha un costo totale maggiore, a fronte di un più ampio impatto sul fenomeno della povertà. Più precisamente, il Reis appartiene alla classe delle misure anti-povertà di emergenza, che hanno l’obiettivo primario di contrastare la povertà estrema, intervenendo quando la famiglia è già molto povera. Pertanto, la loro efficacia preventiva è sostanzialmente nulla.
Il Reddito di Cittadinanza è invece un esempio di politica preventiva, che associa all’obiettivo di affrontare le situazioni di disagio più gravi quello di evitare l’inizio del processo di impoverimento della famiglia o, se questo è già in corso, di interromperlo.

Delle due proposte, quindi, il Reddito di Cittadinanza è quella che corrisponde meglio alle raccomandazioni dell’Unione Europea, che nel programma Europa2020 ha ribadito che l’obiettivo delle politiche sociali europee deve essere il mantenimento di una rete di protezione sociale dal rischio di povertà o la sua costruzione, in quei paesi membri come l’Italia dove non esiste nessuna garanzia di sostegno pubblico contro l’impoverimento.

Il costo totale varia a seconda della fase del ciclo economico, e dipende soprattutto dal numero totale di poveri di ciascun anno. L’ultimo Rapporto Svimez stima che, in un anno di grave crisi come il 2013, con 4 milioni e 400 mila poveri assoluti, si sarebbe registrato il massimo livello di spesa sia per il REIS (8,4 miliardi di euro), sia per il Reddito di Cittadinanza (16,4 miliardi di euro). Tuttavia, negli anni in cui la povertà assoluta non superava i 2 milioni e mezzo di individui, l’ordine di grandezza sarebbe stato sensibilmente inferiore: nel 2009, anno immediatamente successivo alla crisi, il REIS sarebbe costato circa 6,0 miliardi di euro ed il Reddito di Cittadinanza ne avrebbe richiesti circa 13,3.

La preoccupazione relativa al costo della misura sembra eccessiva se si considerano i potenziali effetti positivi del reddito minimo sulla crescita. In effetti, la letteratura economica più recente mostra che l’equità ha effetti favorevoli sul prodotto nazionale. Il punto di vista tradizionale, che sosteneva l’esistenza di un conflitto necessario fra equità ed efficienza non ha più solide giustificazioni teoriche. Nell’Europa a quindici, per esempio, la relazione fra prodotto pro capite e uguaglianza è chiaramente positiva, mostrando quanto sia infondato, anche nei fatti, il timore che l’uguaglianza possa in qualche modo ostacolare la crescita.

(*) L’articolo riporta le opinioni personali dell’autore e non coinvolge la responsabilità dell’Istat

di Marco Di Marco *

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