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Prima di cedere altra sovranità a Bruxelles, meglio pensarci bene.

Una ricostruzione del quotidiano francese Le Monde ci aiuta a far luce sul consiglio europeo del 19-20 dicembre 2013, nel quale c’erano in discussione fra l’altro i cosiddetti “accordi contrattuali” o “contratti per le riforme”, tema sul quale il prof Gustavo Piga ha lanciato un allarmato appello all’allora premier Letta alla vigilia del vertice. L’idea della Merkel era in pratica di vincolare con uno stretto monitoraggio, la concessione di agevolazioni finanziarie ai singoli paesi in difficoltà, come l’Italia o la Spagna, alla realizzazione di riforme strutturali. La filosofia che sottende a questa proposta è sempre la stessa, di stampo “germanico”: tenere sotto stretta osservazione i paesi “spendaccioni” del sud Europa ed evitare che chiedano ancora soldi ai contribuenti tedeschi. E poco importa se l’Italia non ha mai chiesto un solo euro a Bruxelles o alla Germania, anzi sia da sempre uno dei primi contribuenti netti dell’UE, un paese che cioè dà alle casse europee più di quanto non prenda.
Quella del 19 dicembre 2013 fu comunque una pessima notte per la signora Merkel. Infatti, racconta il quotidiano francese, subito dopo la consueta introduzione di Van Rompuy, presidente permanente del consiglio europeo, che sottolineò come “ci sia bisogno di esercitare una maggiore pressione affinché ogni paese si impegni a fare le riforme”, cominciarono gli interventi e si capì subito che tirava una brutta aria per la cancelliera. L’Austria, uno degli alleati tradizionali di Berlino, prese le distanze. Werner Faymann, cancelliere austriaco, temeva possibili lesioni della sovranità nazionale: “Ogni regola vincolante deve rispettare i parlamenti”, affermò. La Merkel tentò di rassicurarlo. “Non c’è alcun abbandono della sovranità, gli accordi contrattuali sono fatti da voi, con i vostri parlamenti. Anche i nostri giornali parlano di diktat”, ma non è così, precisò.
Poi però cominciò a sfaldarsi anche il “fronte del nord“, e Olanda e Finlandia lasciarono sola la cancelliera, temendo che con questi “contratti per le riforme“ i paesi con i bilanci più sani potessero essere costretti a pagare altri soldi, e questo, a loro giudizio, avrebbe alimentato il populismo. Lo spagnolo Rajoy, invece, diede voce al disappunto del “fronte del sud“, sottolineando che molti paesi “hanno già fatto le riforme” e che i contratti comunque devono essere “volontari” e non obbligatori. Anche l’Italia, spiegò Letta in conferenza stampa, non riteneva che fossero necessarie nuove “camicie di forza“.
E’ a questo punto della discussione, secondo la ricostruzione di Le Monde, che intervenne il numero uno della BCE, Mario Draghi. E, a sorpresa (ma forse non troppo, leggendo alcune sue dichiarazioni sull’argomento), fu uno dei pochi, insieme al presidente della commissione Barroso, a sostenere la proposta della Merkel: “la sovranità la perdete se non fatele riforme”, ammonì Draghi.
La cancelliera comunque accusò il colpo e rispose a Rajoy che “senza la coesione necessaria prima o poi la moneta unica esploderà. Se questo testo non va bene per la Spagna (uno dei destinatari degli “accordi contrattuali“) lasciamolo cadere, ne riparleremo fra 10 anni”.
In altri tempi, probabilmente, Sarkozy non avrebbe fatto mancare il suo sostegno alla cancelliera, sapendo che gli “accordi contrattuali“ non avrebbero interessato la Francia. E la discussione di conseguenza avrebbe preso un’altra direzione. Ma Hollande preferì defilarsi, limitandosi a fare il punto della situazione. “Ci sono quelli che non vogliono maggiore disciplina, e quelli che temono che questi accordi siano obbligatori. Poi ci sono quelli che non vogliono pagare per gli altri. Mettiamoci d’accordo sui principi e poi decidiamo sui dettagli dopo le elezioni europee, nel maggio 2014”. E così fu.
Partita chiusa, quindi? Non proprio. Piuttosto partita difficile, per la Merkel. Ma la sua determinazione non va sottovalutata. E nelle conclusioni del summit di dicembre c’ è molto più di un semplice “accordo sui principi”. E a dicembre, quando probabilmente si tornerà a parlare di contratti per le riforme, non è detto che i rapporti di forza fra i 28 non siano cambiati rispetto a un anno prima.
Sappiamo che Letta non era favorevole alla proposta tedesca, pur senza essere pregiudizialmente contrario. Sarebbe interessante sapere qual è la posizione del premier Renzi in materia. Perché i “contratti per le riforme” assicurerebbero quella flessibilità e quelle risorse delle quali il nostro paese ha disperato bisogno, ma, nella loro attuale e provvisoria configurazione, lo costringerebbero in una gabbia nella quale alla fine sarebbe la commissione europea a dettare le linee di politica economica del nostro Paese e i tempi di attuazione delle riforme. Questo è già scritto nero su bianco nel documento conclusivo del citato consiglio europeo dello scorso dicembre: “La Commissione sarà competente a monitorare l’attuazione concordata degli accordi contrattuali reciprocamente concertati, sulla base di un calendario concertato di comune accordo”.
Prima di cedere a Bruxelles quel che resta della nostra sovranità nazionale, meglio pensarci bene.

Paolo De Luca

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