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La bomba ad orologeria che può affondare il Governo Renzi

I parlamentari italiani che nel 2012 votarono con una larghissima maggioranza l’introduzione nella nostra Costituzione (art 81e altri) del principio del pareggio di bilancio, recependo le nuove regole di finanza pubblica fissate dal Fiscal Compact, probabilmente non si resero conto di aver inserito nel nostro ordinamento una bomba ad orologeria. Un ordigno pronto a scattare, per quanto riguarda l’Italia, nel 2015, tre anni dopo la chiusura del procedimento di infrazione per deficit eccessivo, avvenuta lo scorso anno. Ma nel 2012 la pressione della Germania sull’Italia era fortissima, e il “governo tecnico” di Mario Monti non seppe, e probabilmente non poté, opporsi all’introduzione nella nostra carta della “regola aurea” del pareggio di bilancio. E il Parlamento non capì con esattezza (con l’eccezione di poche voci critiche) cosa si apprestava a votare.

Forse nel retropensiero di molti fra i parlamentari che approvarono quel testo di modifica costituzionale, assicurandogli una maggioranza superiore a quella dei due terzi e mettendolo così al riparo da un possibile referendum confermativo, c’era l’idea che si potesse sfruttare quel margine di flessibilità che pure è presente nello schema del Fiscal Compact. Opportunamente, infatti, nel 1° comma dell’art 81 modificato della nostra Carta, si introdusse una “clausola di salvaguardia”, precisando che lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, “tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.”

Un ciclo oggi certamente non favorevole, vista la perdurante debolezza della ripresa economica, che nel nostro paese è quasi dimezzata rispetto alla media europea. Le ultime previsioni infatti correggono al ribasso la crescita del Prodotto Interno Lordo per il 2014. Non più l’1,1% del governo Letta, ma uno 0,8-0,9%, che comunque è leggermente migliore dello 0,6 indicato dalla Commissione europea. E a questo va aggiunto il rischio di una inflazione che sta pericolosamente e rapidamente scivolando verso la deflazione.

Ma con ritmi di crescita così deboli, e con l’aggravante di un’inflazione crollata in marzo allo 0,4% per l’Italia (0,5% per l’intera Eurozona), è davvero pensabile cominciare a ridurre dal 2015 il rapporto debito/Pil di un ventesimo l’anno per i prossimi 20 anni, come prescrive il Fiscal Compact, considerando il volume enorme del debito pubblico italiano? E’ davvero possibile procedere per due decenni consecutivi a colpi di manovre per decine di miliardi l’anno? E quali sarebbero i costi sociali ed economici di un’operazione del genere? Sarebbero costi evidentemente insostenibili e improponibili. A questo punto solo la politica (governo e parlamento) può intervenire per modificare la situazione. Praticamente tutte le forze politiche sarebbero in teoria favorevoli ad una revisione della norma sul pareggio di bilancio. E la minoranza del PD, con Fassina e altri deputati, ha annunciato un emendamento per la modifica del comma II del nuovo art 81 della Costituzione.

Ma rimettere in discussione tutto l’impianto del Fiscal Compact, appena due anni dopo la sua solenne approvazione in Parlamento, non avrebbe un costo “politico” troppo alto per l’Italia, considerata (non sempre a torto) un paese poco affidabile sul piano del mantenimento degli impegni? Meglio allora, forse, sfruttare i margini di manovra presenti del “patto di bilancio” con l’Europa, come ad esempio i “fattori rilevanti” che vengono esaminati da Bruxelles, per evitare che già nel 2015, cioè nel primo anno di attuazione del Fiscal Compact, possa scattare una procedura di infrazione da parte della Commissione europea nei confronti dell’Italia. Non è un caso quindi che il ministro Padoan, nel corso dell’ultimo Ecofin informale di Atene abbia annunciato l’intenzione del governo italiano aprire un negoziato con Bruxelles sui tempi del rientro del debito. Matteo Renzi, e sopratutto il titolare dell’Economia, dovrebbero aver ben chiaro il quadro della situazione, nel momento in cui si apprestano a presentare in Parlamento, il 10 aprile, il DEF, il Documento di Economia e Finanza, che finirà poi sotto la lente di ingrandimento dell’Esecutivo comunitario.

Al momento, il Premier ha affermato con solennità, prima a Berlino poi a Bruxelles, che l’Italia rispetterà il vincolo del 3%. Ma non ha detto dove troverà le risorse per attuare una politica che punti alla crescita e all’occupazione, senza sforare il tetto fissato dai Trattati. Riuscirà ad ottenere quel che l’Europa ha negato prima a Monti e poi a Letta, cioè lo scorporo degli investimenti produttivi dal calcolo del deficit? O forse accetterà la nuova “gabbia” che la Cancelliera Merkel sta costruendo per i paesi finanziariamente più indisciplinati, cioè i cosiddetti “accordi contrattuali”, quindi riforme strutturali in cambio di maggiore flessibilità e finanziamenti? Si vedrà nelle prossime settimane.

Per il momento, sembra di capire che il premier italiano scommetta sul cambiamento radicale che le elezioni europee potrebbero determinare nell’assetto politico-istituzionale dell’UE: nuovi vertici per Consiglio, Commissione e Parlamento, forse una vittoria elettorale del PSE dopo 20 anni di dominio incontrastato del PPE, un diffuso malcontento per le politiche di austerity imposte dalla Germania. E il voto in Francia, le pulsioni euroscettiche nel Regno Unito dove il premier Cameron chiede di allentare i rapporti con Bruxelles, l’annunciata affermazione di forze populiste in molti paesi dell’Unione, sono indicatori di una malessere dilagante e di una pressante richiesta di voltare pagina. Quella di Renzi resta però una scommessa, un auspicio di cambiamento che tutti si augurano si possa realizzare, ma che non è detto che poi alla fine si realizzerà. E un piano B non esiste. Anzi, al momento, non è neanche chiaro se esista un piano A.

di Paolo De Luca

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